domenica 1 settembre 2013

E la Marii si sposa: primo giorno.

Finestrini abbassati. Il vento che fischia nelle orecchie e spettina i capelli. Il riflesso abbagliante del sole sulla superficie turchese scuro del lago di Garda, increspata dal vento per la gioia di wind- e kitesurfisti che colorati sfrecciano in tutte le direzioni. Musica pop a tutto volume. Niente di meglio per entrare nello spirito adatto ad affrontare questi due giorni di festa e per scacciare il timore che qualcosa possa andare storto, che la sorpresa non risulti gradita alla festeggiata.

In un paio d'ore raggiungiamo l'hotel, scarichiamo i bagagli in camera e ci prepariamo ad affrontare la giornata. Proponiamo a Marianna, la futura sposa, due opzioni: trascorrere il pomeriggio al Breg Adventure Park di Breguzzo o fare una passeggiata al lago di Molveno. C'è da dire che Marianna aveva minacciato di sfuggire alle nostre grinfie, qualora l'avessimo coinvolta in lunghe camminate in montagna e dunque non eravamo in grado di prevedere quale sarebbe stata la sua reazione a tali proposte. Alla fine ha prevalso lo spirito coraggioso della festeggiata, che senza alcun timore ha optato per l'Adventure Park di Breguzzo. In fondo speravo proprio in questa scelta, dato che ero in preda al desiderio di sperimentare i misteriosi percorsi che il parco aveva da offrire sin dal primo momento in cui Laura me ne aveva parlato.

Ma dato che è meglio affrontare qualsiasi sfida a stomaco pieno, sulla strada per l'Adventure Park facciamo una piccola sosta in un piccolo supermercato di Breguzzo a comprare qualcosa e andiamo a fare un picnic nei pressi del torrente che attraversa il paese. Andiamo ad accamparci proprio vicino ad una baita dove ho trascorso parecchie estati in qualità di partecipante, prima, e animatrice, poi, del campo-scuola organizzato dalla parrocchia di Nuvolento. Erano anni che non ci tornavo e non immaginavo proprio vi avrei fatto ritorno, ma il caso mi ci ha ricondotto. La baita e la zona picnic sono separate dal torrente e collegate da un ponte di ferro, che veniva fatto puntualmente traballare dai ragazzi del campo-scuola ogni qualvolta veniva attraversato. Questa volta, però, io mi trovo dall'altra parte e il cancellino di sbarramento del ponte è chiuso. Si vedono delle persone girare per il prato attorno alla baita. Io sono semplicemente un'osservatrice esterna.

Terminato il pranzo ci dirigiamo finalmente all'Adventure Park. La curiosità sale. Arrivate sul posto ci dirigiamo verso la cassa e prendiamo un biglietto della validità di tre ore. Acquistiamo anche un paio di guanti e poi ci dirigiamo sul retro dell'edificio per depositare le borse ed indossare le imbracature. Gli istruttori ci fanno salire su dei ceppi in modo tale da facilitare loro il processo di imbracatura. Quindi ci dirigiamo nel punto indicatoci dalle guide dove verremo istruite sull'uso di moschettoni e carrucola. L'ultima ad essere imbracata è proprio Marianna. Alcune di noi, scherzando, dicono al giovane istruttore che la sta imbracando di fare molta attenzione, perché si tratta di una futura sposa e se le dovesse succedere qualcosa lo sposo potrebbe venire a cercarlo e vendicarsi. Il ragazzino non sembra capire la battuta e continua nervosamente a controllare che tutto sia legato come si deve mentre noi lo osserviamo ridendo.

Chiuso questo siparietto comico inizia la spiegazione. Ogni imbracatura è dotata di due moschettoni: uno resta sempre bloccato mentre l'altro è sbloccato. Per bloccare e sbloccare i moschettoni ci si serve di apposite "chiavi" poste all'attaccatura dei cavi d'acciaio che costituiscono il percorso. La carrucola è dotata di due molle laterali che si piegano nel momento in cui si infila la carrucola sul cavo. Terminato il giro di prova su un breve percorso appositamente creato per permettere alle persone di acquisire familiarità con questo sistema si inizia a fare sul serio.

Ciascun percorso si articola tra gli alberi, che costituiscono punti di partenza ed arrivo. Per ogni passaggio esiste un cavo d'acciaio al quale i moschettoni vengono agganciati, ma ogni volta il passaggio è di diverso tipo: un solo cavo d'acciaio su cui camminare; un ponte tibetano di corda; una corda cui ci si aggrappa come fosse una liana e ci si lancia dalla parte opposta; rami d'albero appesi parallelamente o perpendicolarmente alla linea di passaggio, su cui appoggiare i piedi; strutture a forma di botte in cui infilarsi; reti di corda; sacchi di sabbia che pendono sopra ad un cavo d'acciaio, da attraversare a zig-zag e infine cavi d'acciaio ai quali appendersi mediante la carrucola e da cui lanciarsi. I percorsi sono sospesi ad altezze diverse: si passa dai 4-6 metri ai 13,5 metri o addirittura ai 15 metri della piattaforma di "base jump", dalla quale ci si cala appesi ad una corda.

Naturalmente partiamo dai percorsi più "semplici". Con lentezza procediamo da un tronco all'altro. Sono piacevolmente sorpresa dal fatto che nessuna delle ragazze si tira indietro, nonostante io sappia che alcune di loro siano terrorizzate da cose di questo genere. Il primo momento di panico arriva quando Michela, che si trova proprio davanti a me nel percorso, effettua il primo attraversamento con liana. Giunta in prossimità del punto d'arrivo non riesce ad afferrare la corda legata all'albero per tirarsi sulla piattaforma posta attorno al tronco e rimane quindi sospesa in aria a metà percorso. Vediamo il terrore nei suoi occhi, finché una delle guide non giunge ad aiutarla a raggiungere la base. Ma questo episodio non ferma lei e non inibisce neppure noi.

Quando decidiamo di affrontare il percorso destinato al solo uso delle carrucole alcune di noi, che soffrono di vertigini, giustamente si ritirano. La festeggiata, che è sempre stata in testa al gruppo, è la prima a scivolare sui cavi d'acciaio appesa alla carrucola. Senza esitazione si lancia, ma arrivata a fine percorso non riesce ad afferrare la corda per trascinarsi sulla piattaforma e rimbalza indietro, restando sospesa a circa 13 metri da terra. Una delle guide le lancia una corda da sotto, lei l'afferra e viene trascinata in questo modo al punto d'arrivo. Quindi prosegue tranquilla.

Quando giunge il mio momento, ho un attimo di esitazione. Mi trovo a 13,5 metri d'altezza, sotto di me il prato e la strada e, dopo aver assicurato la carrucola, non mi resta che lanciarmi. Ma il mio cervello mi blocca. Come faccio a saltare semplicemente nel vuoto appesa solo per una misera imbracatura? Avrò forza nelle braccia per restare appesa alla fascetta che parte dall'imbracatura e termina nella carrucola? Cosa succede se inizio a ruotare su me stessa mentre sono in volo? Quando finalmente trovo la forza di zittire il mio cervello sposto i piedi nel vuoto e parto.

Incredibile! Sto scivolando appesa ad un filo, persino ad una discreta velocità! Mamma che mal di braccia, quando arrivo in fondo? Il tempo di pensare queste cose e mi ritrovo a pochi millimetri dal tronco non sapendo che fare. Sbaaam! Mi schianto contro l'albero e rimbalzo indietro. Inizio a scivolare indietro e non sento la voce della guida che da sotto mi dice di staccare le braccia dalla fascetta dell'imbracatura, in modo tale che il peso del mio corpo mi blocchi interrompendo la scivolata al punto di partenza sul cavo. Mi viene lanciata la corda e l'istruttore mi trascina alla piattaforma.

Non faccio in tempo a riprendermi dalla cosa che mi trovo davanti un cavo ancora più lungo al quale appendermi. Faccio un respiro profondo e mi lancio, concentrandomi sulla benedetta corda da afferrare al momento dell'arrivo. Per strada, però, sopraggiunge un altro problema: inizio a roteare su me stessa! Non posso arrivare al tronco di schiena, altrimenti non riuscirò mai ad afferrare la corda e si ripeterà la scena precedente. Non può succedere. Inizio quindi ad oppormi al moto rotatorio con tutte le mie forze e riesco così ad arrivare col fianco destro rivolto verso l'albero. Afferro la corda e mi trascino sulla piattaforma.

Terminate le tre ore che avevamo a disposizione, ci liberiamo dell'imbracatura e ci dirigiamo verso l'auto. La nostra attenzione però viene attirata dalla festa degli alpini che si sta svolgendo nell'edificio lì accanto. Ci soffermiamo a dare un''occhiata e subito si svolge davanti ai nostri occhi una scena epica, che ci trascina immediatamente nella festa. Sotto al portico della casa degli alpini un saxofonista sta suonando sulla base di Billie Jean di Michael Jackson. Gli unici ballerini sono una coppia di anziani, di origine sudamericana a giudicare dal loro aspetto. Il vecchio tiene in mano un bastone e si muove lentamente. Improvvisamente, questi, mosso dall'energia del ritornello, lancia lontano da se il bastone e si lancia in un balletto che pare copiato alle coreografie del grande Michael. Miiii, il primo miracolo di Michael Jackson!!!! Alla vista di ciò decidiamo di fiondarci sotto il portico e iniziamo a ballare coi vecchietti, estremamente contenti di avere nuove compagne di ballo. Il vecchietto si carica ancora di più ed inizia a piegarsi sulle gambe abbassandosi e rialzandosi gradualmente a terra sempre a ritmo di musica.

Dopodiché, mi stacco dal gruppo per andare a prendermi una birra al bar, dato che arrampicarmi su e giù per gli alberi mi ha fatto venire un po' di sete. I ragazzi al bar mi chiedono quante ragazze ci sono nel gruppo e generosamente propongono di offrirci da bere. Quindi, ci spostiamo ad un tavolo per bere, dove siamo raggiunte da quello che credo sia il presidente dell'associazione degli alpini locale, che fa da vocalist della festa. Gli spieghiamo perché ci troviamo lì e lui inizia a sgranare frasi di augurio per la futura sposa. Chiede di baciarla, chiama a raccolta un paio di ragazzi per fare lo stesso e poi dà ordine al saxofonista di far partire la canzone che ha scelto di dedicarle. Dopo un'introduzione del tipo "Eh, è una canzone un po' spinta..." partono le note della famosissima "You Can Leave Your Hat On" di Joe Cocker.

L'ultimo ragazzino che risponde alla chiamata del capo degli alpini avrà a malapena diciassette anni. Giunto al tavolo inizia a scrutarci una per una, mentre presta orecchio all'alpino che gli dice di baciare la sposa. Lo sguardo del ragazzino è ormai puntato su Francesca B. e i suoi occhi rivelano chiaramente la speranza che la sposa sia proprio lei. Ormai assorto da un unico pensiero, non ascolta più l'adulto e si dirige verso Francesca che è seduta all'estremità della panca. Dopo averla apostrofata con un "Ehi, bionda!" le chiede di fargli posto accanto e lui si sistema al suo fianco soddisfatto della conquista. Inutile dire che noi altre scoppiamo in una fragorosa risata. L'allegria è nell'aria. Penso che sia proprio piacevole ricevere un accoglienza di questo tipo e a come sia soddisfacente il fatto che tutto stia procedendo alla grande, nonostante il programma della festa non sia stato pianificato nei minimi dettagli. Partiamo da Breguzzo urlando a ripetizione dai finestrini "E la Mariiii si spooosaaaaa" con accompagnamento del clacson. Giungiamo in hotel e ci prepariamo per la sera.

Marianna viene bendata mentre le facciamo indossare la t-shirt, il gilè, il velo e la gonnellina di tulle fucsia. Quindi anche noi indossiamo le nostre t-shirt del team "Clitorider" e ci infiliamo del tulle rosa fra i capelli. Infine lasciamo che Marianna si tolga la benda, inforchi gli occhiali e scopra come l'abbiamo conciata e come ci siamo conciate. E' giunto il momento di mostrare al mondo questo nuovo team di bikers tutto al femminile.
Scendiamo nella hall dell'albergo per un aperitivo ed iniziamo a raccogliere i primi sguardi stupiti e divertiti dei clienti dell'albergo. Terminato l'aperitivo, ci dirigiamo verso una festa di paese indicataci dal figlio degli albergatori, descritta come a pochi chilometri dall'hotel.

Pochi chilometri dall'hotel? Ehm, non esattamente. Guidiamo per circa venti minuti e quindi imbocchiamo una stradina che si arrampica su per il monte. Le curve non finiscono più e della festa nemmeno l'ombra. Dopo innumerevoli tornanti giungiamo al luogo della festa, che però sembra semi-deserta. D'altronde sono quasi le dieci della domenica sera, è comprensibile che non ci sia molta gente in giro. Deluse, stanche e affamate, facciamo inversione e ci fermiamo in un ristorante carino poco lontano dall'albergo, le cui specialità sono polletto alla brace e pizza e che fortunatamente tiene la cucina sempre aperta. Sedute attorno al tavolo ci rimpinziamo di cibo riprendendoci dalla lunga giornata, finché, sopraffatte dalla stanchezza, ci alziamo da tavola e ritorniamo in hotel. Buonanotte.

venerdì 23 agosto 2013

E la Mariii si spooosaaaa: antefatto.

Occhi che bruciano, due botte sul braccio sinistro, bicipiti e tricipiti doloranti, stomaco fin troppo pieno e un paio di taglietti sulle ginocchia. Sono stata rapita da uno stalker che mi ha picchiata e ha tentato di uccidermi costringendomi ad ingerire cibo fino a scoppiare? No, sono semplicemente reduce dal mio primo addio al nubilato. Eh sì, perché tra un mese la mia amica Marianna si sposa e per l'occasione io e altre sei amiche abbiamo organizzato una festicciola coi fiocchi (di tulle fucsia).

I preparativi sono iniziati giorni prima ovviamente. Dopo aver scelto il luogo di pernottamento, un albergo situato a Sarche, frazione di Calavino (provincia di Trento), ci siamo concentrate sul concetto-base della festa, realizzato naturalmente in spirito goliardico. E' stata approvata l'idea di Laura, la quale prevedeva la trasformazione del nostro gruppo in un team di riders tutto al femminile, il "Team Clitorider". La futura sposa sarebbe stata la presidentessa, Clitorider in persona, e noi le affiliate della gang. Abbiamo quindi creato delle T-shirt per la nostra associazione motociclistica: sulla schiena abbiamo disegnato il logo e il nome del gruppo, mentre sulla parte anteriore abbiamo scritto delle frasi personalizzate a doppio senso, ça va sans dire. Ogni frase faceva riferimento alla specializzazione di ciascuna centaura nel "maneggiare" un componente della motocicletta.



Una volta scelti logo e frasi, io e le altre organizzatrici ci siamo riunite alla vigilia della partenza per procedere alla realizzazione delle t-shirt. Io mi sono munita di pennarello indelebile ed offerta di disegnare le magliette, operazione che mi ha impegnato qualche ora e che mi ha fatto precipitare in uno stato allucinogeno a causa di inalazione intensiva dell'odore ingannevolmente gradevole dei pennarelli indelebili. Le altre ragazze, nel frattempo, hanno preparato il gilet nero, nonché il gonnellino e il velo di tulle fucsia e rosa per la sposa e si sono occupate di ripassare le scritte sulle magliette con tempera acrilica. Alle ore 22:00 del giorno sabato 10 agosto 2013 abbiamo portato quindi a termine il nostro goliardico piano.

Il giorno successivo andiamo a prendere la festeggiata e ci dirigiamo verso una meta a lei sconosciuta...

giovedì 18 luglio 2013

Intervista sull'Erasmus a Kassel

Toh! Oggi, per caso, ho scoperto che il video della mia intervista sull'Erasmus a Kassel è stato messo su YouTube, così adesso posso inserire il link qui.

Come si può notare immediatamente, quel giorno avevo delle occhiaie pazzesche: mi ero rivoltata tra le coperte tutta la notte precedente dall'agitazione. Le cause? Un po' d'ansia per il fatto di non sapere quali domande mi sarebbero state poste; un po' di paura di non sapere cosa rispondere e quindi finire per aggrapparmi ai luoghi più comuni in assoluto (come poi in parte ho fatto...) per evitare di fare scena muta, ma soprattutto sono stata tenuta sveglia dai ricordi di sei mesi che mi hanno investito con la potenza di uno tsunami.

Nove mesi dopo il mio ritorno ho più o meno imparato a gestire queste ondate di flashback sulla mia esperienza a Kassel, grazie anche ai continui contatti con i miei compagni d'avventura. Ma è importante che io stia sempre all'erta, perché come questo video dimostra, ci sarà sempre qualcosa che spunterà per caso sulla mia strada pronto a risvegliare in me quel sapore agrodolce caratteristico dei bei ricordi.

lunedì 12 novembre 2012

Perché proprio Kassel?


"Perché proprio Kassel?". Negli ultimi sei mesi mi son ritrovata spesso a dover rispondere a questa domanda, rivoltami soprattutto da tedeschi che sono stati o vivono in questa città nel nord dell'Assia. Alla domanda seguivano di solito commenti su quanto Kassel non spiccasse per la propria bellezza tra le città tedesche. Nelle guide turistiche è addirittura definita come “crimine architettonico”. “Certo”, rispondevo io di solito, “non si può pretendere troppo da una città che nel 1943 venne distrutta quasi completamente in un bombardamento aereo e ricostruita poi negli anni '50. Ma in questi sei mesi ho imparato ad apprezzare Kassel, che ha fatto da sfondo alla mia esperienza Erasmus”.

Kassel è una città poco più grande di Brescia, sia per estensione che per numero di abitanti: insomma, delle dimensioni perfette per permettere ad uno studente straniero di ambientarcisi in poco tempo. Il centro città è percorribile a piedi in pochi minuti e qualora ci si dovesse recare più lontano è possibile servirsi dei mezzi pubblici, gratuiti per gli studenti universitari. Per quanto il centro città non brilli per bellezza architettonica, basta spostarsi ai suoi confini per lasciarsi sbalordire dalla maestosità dei suoi parchi principali, il Karlsaue, il Fuldaue e il Wilhelmshöhe. Nel XVIII secolo ospitavano le residenze del Langravio Guglielmo IX di Assia-Kassel, successivamente trasformate in musei.

Kassel è però conosciuta soprattutto come la città della documenta, la più importante mostra di arte contemporanea a livello mondiale, della durata di cento giorni, che si tiene ogni cinque anni dal 1955. Io ho avuto la fortuna di trovarmi in città proprio nell'anno in cui si è tenuta la tredicesima edizione di questa mostra e ho potuto quindi osservare come la città si animi in occasione di questo evento. Visitatori da tutto il mondo, eventi speciali e locali temporanei aperti per l'occasione come luoghi di dibattito sui temi proposti dall’edizione corrente della documenta.

Pur non sapendo nulla d'arte moderna ho cercato di avvicinarmi a questa mostra tramite uno dei seminari che ho frequentato, incentrato sull'ambiente culturale dell'Assia e di Kassel in particolare. Ciascuno studente doveva scegliere un artista o un personaggio legato ad un'associazione culturale della regione ed intervistarlo. Consapevole dell'importanza della documenta per la città di Kassel ho deciso di intervistare il presidente del documenta forum, l'associazione che si occupa della promozione e della cura dell’archivio della mostra. Con mia grande soddisfazione l'intervista è stata poi pubblicata sul sito del Literaturbüro Nordhessen, l'associazione culturale per cui lavora il professore che ha tenuto questo seminario.

L'università di Kassel, molto giovane rispetto ad altre università tedesche, è estremamente dinamica e ben organizzata. Il sistema di accoglienza e assistenza agli studenti stranieri è molto efficiente, cosa di fondamentale importanza per favorire il loro inserimento in un ambiente a loro estraneo. Inoltre l'università non accoglie solo studenti europei: sono tantissimi gli studenti che provengono da ogni parte del mondo. Questo mi ha dato l'opportunità di confrontarmi ed entrare contemporaneamente in contatto con moltissime culture diverse dalla mia in un unico ambiente, cosa che non capita spesso.  Per una studentessa di lingue come me è stato importantissimo, sia da un punto di vista linguistico che socio-culturale. Ma soprattutto mi ha permesso di stringere amicizia con persone eccezionali.

Quest’anno il programma Erasmus ha compiuto venticinque anni e paradossalmente, a pochi mesi di distanza dai festeggiamenti, il suo futuro appare incerto. Alla luce della mia esperienza mi auguro si riesca a trovare una soluzione per garantirne la sopravvivenza, perché si tratta di un’esperienza di vita unica. 

Erasmus a Kassel: l'intervista

Tornata dall'Erasmus sono stata contattata dalla professoressa responsabile dell'Erasmus in Germania, la quale mi ha chiesto di informarla sulla mia esperienza e successivamente ha contattato l'ufficio stampa della mia università per fissare un'intervista con me. Quindi sono stata contattata dalla ragazza che si occupa delle interviste all'interno dell'università e abbiamo fissato l'intervista per metà Ottobre. Oltre a rendermi disponibile per l'intervista mi è stato chiesto di scrivere un articolo che riassumesse la mia esperienza Erasmus e allegare alcune foto che sono poi state inserite nel video dell'intervista. Di seguito pubblico il video e nel post successivo l'articolo che avevo scritto, che non credo sia mai stato pubblicato sul sito dell'università.





giovedì 1 novembre 2012

Heaven knows I'm miserable now

Se c'è una cosa che non sopporto è il non poter essere triste. Quando una persona soffre, sta male e si trova a dover rispondere alla domanda "come stai?" può glissare semplicemente rispondendo "bene", anche se non è vero. Oppure può dire la verità, ovvero esprimere il proprio senso di disagio e spiegare il motivo della propria tristezza. In questo caso, però, è inevitabile che l'altro risponda con ogni formula consolatoria possibile, provocando in chi sta male un senso di colpa per la propria tristezza. E questo per me è inaccettabile.

Quando uno sta male non può semplicemente soffocare i propri sentimenti e andare avanti. Reprimere il malessere non aiuta a guarirlo. C'è bisogno di sfogarlo, liberamente, senza giudizi né frasi di circostanza che dovrebbero portare conforto. Il semplice ascoltare e una presenza silenziosa possono aiutare più di qualsiasi altra cosa. Capisco perfettamente che chiunque davanti alla frase "sto male" cerchi di combattere affannosamente l'imbarazzo creato da queste parole con frasi fatte che dovrebbero fungere da antidoto. Ma queste non fanno altro che infastidire l'altra persona, che se le è sentite ripetere già migliaia di volte e che quando si sarà stancata di sentirle rinuncerà a dar voce al proprio malessere. Se ne starà zitta, ogni volta sempre più a lungo, per tentare di digerire quel boccone amaro che ogni volta diventa più grande e faticoso da deglutire.

A volte vorrei tanto riuscire ad essere come una canzone degli Smiths o dei Cure: in esse la tragicità del testo, una trama di pensieri cupi, malinconici, totalmente privi di speranza, è perfettamente controbilanciata dalla musica, allegra, briosa, che invoglia a ballare. In esse un pensiero profondamente negativo, un pensiero che tipicamente appartiene ad una persona depressa o triste, viene veicolato attraverso delle note che lo svuotano apparentemente di qualsiasi tono grave e drammatico, rendendo il messaggio più digeribile e meno imbarazzante per l'ascoltatore.  Ma per ora non sono ancora riuscita a pronunciare le parole "Heaven knows I'm miserable now" con la stessa nonchalance con cui lo fa Morrisey. Perciò me ne sto zitta.

martedì 31 luglio 2012

Cause I'm leaving on a jet plane...

Il mobiletto bianco su cui Marta teneva i suoi accessori giace abbandonato tra l'erba del giardinetto dietro casa sua. Le scarpe vecchie di Ryan spuntano dal cestino del bagno dove le ha gettate prima di partire. La scatola di fagioli che Billy ci ha portato perché gli avanzava è nel mobile della cucina. Mi guardo in giro e trovo oggetti appartenuti a persone che fino a poco tempo fa erano qui con me, abitavano nella stessa città, vicino o lontano, ma comunque qua, facilmente raggiungibili.

Ora se ne sono andate. Una alla volta. E ogni volta ho pianto, o quasi...

Ho ancora bisogno di un po' di tempo per realizzarlo e scontrarmi casualmente con oggetti che me li ricordano non aiuta per niente. Abbiamo convissuto solo per pochi mesi, ma questo poco tempo è bastato per creare un forte legame tra di noi.

Vedo le scarpe di Ryan e mi vengono in mente le passeggiate con lui sorseggiando bubble tea, le cene a base di kebab, il tutto farcito dagli ultimi gossip su cui lui era sempre aggiornato. E naturalmente il suo penultimo giorno, in cui ho dovuto aiutarlo a fare le valigie perché era talmente confuso e in preda al panico da partenza che si rigirava nella sua stanza tra valigie, libri, souvenir e vestiti senza combinare niente.

Vedo la scatola di fagioli di Billy e mi viene in mente lui che dorme sul nostro divano, il suo sarcasmo graffiante, la sua voce cristallina mentre canta e ovviamente lui con birra e sigarette in mano (anche se non so quanto gli faccia piacere essere ricordato per questo).

Vedo il mobiletto di Marta e penso alla sua solarità, all'affettuosità contagiosa, alla sua incredibile capacità di esprimere senza timori ciò che le passa per la testa, ai suoi crucci emotivi, ai momenti in cui l'ho aiutata in veste di traduttrice per le questioni legate al suo appartamento e a quando l'ho accompagnata in ospedale per farsi sistemare il naso rotto, a lei che gira per le feste raccogliendo bottiglie per incassare il Pfand, alle fotografie ovunque e per qualsiasi motivo.

In sottofondo a tutto ciò risuonano le voci di tante persone che in questo periodo mi han detto "tutto finisce prima o poi". Certo è vero, ma per me è ancora difficile accettarlo. In ogni caso affondo l'amarezza del distacco nella gioia generata dai ricordi dei  momenti trascorsi con queste persone. Sono stati attimi importanti e sono certa che sono soltanto l'inizio di un'ottima amicizia. Non ho certo intenzione di lasciare che la distanza logori il rapporto tra di noi. E' finita questa fase della nostra vita, ma non si tratta di una fine definitiva. Non lo è affatto.