Se c'è una cosa che non sopporto è il non poter essere triste. Quando una persona soffre, sta male e si trova a dover rispondere alla domanda "come stai?" può glissare semplicemente rispondendo "bene", anche se non è vero. Oppure può dire la verità, ovvero esprimere il proprio senso di disagio e spiegare il motivo della propria tristezza. In questo caso, però, è inevitabile che l'altro risponda con ogni formula consolatoria possibile, provocando in chi sta male un senso di colpa per la propria tristezza. E questo per me è inaccettabile.
Quando uno sta male non può semplicemente soffocare i propri sentimenti e andare avanti. Reprimere il malessere non aiuta a guarirlo. C'è bisogno di sfogarlo, liberamente, senza giudizi né frasi di circostanza che dovrebbero portare conforto. Il semplice ascoltare e una presenza silenziosa possono aiutare più di qualsiasi altra cosa. Capisco perfettamente che chiunque davanti alla frase "sto male" cerchi di combattere affannosamente l'imbarazzo creato da queste parole con frasi fatte che dovrebbero fungere da antidoto. Ma queste non fanno altro che infastidire l'altra persona, che se le è sentite ripetere già migliaia di volte e che quando si sarà stancata di sentirle rinuncerà a dar voce al proprio malessere. Se ne starà zitta, ogni volta sempre più a lungo, per tentare di digerire quel boccone amaro che ogni volta diventa più grande e faticoso da deglutire.
A volte vorrei tanto riuscire ad essere come una canzone degli Smiths o dei Cure: in esse la tragicità del testo, una trama di pensieri cupi, malinconici, totalmente privi di speranza, è perfettamente controbilanciata dalla musica, allegra, briosa, che invoglia a ballare. In esse un pensiero profondamente negativo, un pensiero che tipicamente appartiene ad una persona depressa o triste, viene veicolato attraverso delle note che lo svuotano apparentemente di qualsiasi tono grave e drammatico, rendendo il messaggio più digeribile e meno imbarazzante per l'ascoltatore. Ma per ora non sono ancora riuscita a pronunciare le parole "Heaven knows I'm miserable now" con la stessa nonchalance con cui lo fa Morrisey. Perciò me ne sto zitta.
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giovedì 1 novembre 2012
martedì 31 luglio 2012
Cause I'm leaving on a jet plane...
Il mobiletto bianco su cui Marta teneva i suoi accessori giace abbandonato tra l'erba del giardinetto dietro casa sua. Le scarpe vecchie di Ryan spuntano dal cestino del bagno dove le ha gettate prima di partire. La scatola di fagioli che Billy ci ha portato perché gli avanzava è nel mobile della cucina. Mi guardo in giro e trovo oggetti appartenuti a persone che fino a poco tempo fa erano qui con me, abitavano nella stessa città, vicino o lontano, ma comunque qua, facilmente raggiungibili.
Ora se ne sono andate. Una alla volta. E ogni volta ho pianto, o quasi...
Ho ancora bisogno di un po' di tempo per realizzarlo e scontrarmi casualmente con oggetti che me li ricordano non aiuta per niente. Abbiamo convissuto solo per pochi mesi, ma questo poco tempo è bastato per creare un forte legame tra di noi.
Vedo le scarpe di Ryan e mi vengono in mente le passeggiate con lui sorseggiando bubble tea, le cene a base di kebab, il tutto farcito dagli ultimi gossip su cui lui era sempre aggiornato. E naturalmente il suo penultimo giorno, in cui ho dovuto aiutarlo a fare le valigie perché era talmente confuso e in preda al panico da partenza che si rigirava nella sua stanza tra valigie, libri, souvenir e vestiti senza combinare niente.
Vedo la scatola di fagioli di Billy e mi viene in mente lui che dorme sul nostro divano, il suo sarcasmo graffiante, la sua voce cristallina mentre canta e ovviamente lui con birra e sigarette in mano (anche se non so quanto gli faccia piacere essere ricordato per questo).
Vedo il mobiletto di Marta e penso alla sua solarità, all'affettuosità contagiosa, alla sua incredibile capacità di esprimere senza timori ciò che le passa per la testa, ai suoi crucci emotivi, ai momenti in cui l'ho aiutata in veste di traduttrice per le questioni legate al suo appartamento e a quando l'ho accompagnata in ospedale per farsi sistemare il naso rotto, a lei che gira per le feste raccogliendo bottiglie per incassare il Pfand, alle fotografie ovunque e per qualsiasi motivo.
In sottofondo a tutto ciò risuonano le voci di tante persone che in questo periodo mi han detto "tutto finisce prima o poi". Certo è vero, ma per me è ancora difficile accettarlo. In ogni caso affondo l'amarezza del distacco nella gioia generata dai ricordi dei momenti trascorsi con queste persone. Sono stati attimi importanti e sono certa che sono soltanto l'inizio di un'ottima amicizia. Non ho certo intenzione di lasciare che la distanza logori il rapporto tra di noi. E' finita questa fase della nostra vita, ma non si tratta di una fine definitiva. Non lo è affatto.
Ora se ne sono andate. Una alla volta. E ogni volta ho pianto, o quasi...
Ho ancora bisogno di un po' di tempo per realizzarlo e scontrarmi casualmente con oggetti che me li ricordano non aiuta per niente. Abbiamo convissuto solo per pochi mesi, ma questo poco tempo è bastato per creare un forte legame tra di noi.
Vedo le scarpe di Ryan e mi vengono in mente le passeggiate con lui sorseggiando bubble tea, le cene a base di kebab, il tutto farcito dagli ultimi gossip su cui lui era sempre aggiornato. E naturalmente il suo penultimo giorno, in cui ho dovuto aiutarlo a fare le valigie perché era talmente confuso e in preda al panico da partenza che si rigirava nella sua stanza tra valigie, libri, souvenir e vestiti senza combinare niente.
Vedo la scatola di fagioli di Billy e mi viene in mente lui che dorme sul nostro divano, il suo sarcasmo graffiante, la sua voce cristallina mentre canta e ovviamente lui con birra e sigarette in mano (anche se non so quanto gli faccia piacere essere ricordato per questo).
Vedo il mobiletto di Marta e penso alla sua solarità, all'affettuosità contagiosa, alla sua incredibile capacità di esprimere senza timori ciò che le passa per la testa, ai suoi crucci emotivi, ai momenti in cui l'ho aiutata in veste di traduttrice per le questioni legate al suo appartamento e a quando l'ho accompagnata in ospedale per farsi sistemare il naso rotto, a lei che gira per le feste raccogliendo bottiglie per incassare il Pfand, alle fotografie ovunque e per qualsiasi motivo.
In sottofondo a tutto ciò risuonano le voci di tante persone che in questo periodo mi han detto "tutto finisce prima o poi". Certo è vero, ma per me è ancora difficile accettarlo. In ogni caso affondo l'amarezza del distacco nella gioia generata dai ricordi dei momenti trascorsi con queste persone. Sono stati attimi importanti e sono certa che sono soltanto l'inizio di un'ottima amicizia. Non ho certo intenzione di lasciare che la distanza logori il rapporto tra di noi. E' finita questa fase della nostra vita, ma non si tratta di una fine definitiva. Non lo è affatto.
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Kassel, Germania
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