Ci sono locali fuori dal tempo che non penseresti mai possano esistere ancora oggi. Ci sono locali fuori dalla realtà che non penseresti mai possano esistere al di fuori della fantasia di un qualche scrittore o sceneggiatore. Poi un giorno ci capiti dentro per caso, un po' come Alice quando cade dentro il tunnel diretto al mondo delle meraviglie, e finisci preda di un incantesimo stupefacente che stuzzica la tua curiosità e la tua fantasia.
Di recente sono finita per la terza volta in vita mia in uno di questi locali, battezzato con un nome echeggia certe poesie del periodo romantico: "Luci d'Alba". "Luci d'Alba" fa subito pensare ad un rifugio notturno per qualsiasi amante della notte, deciso ad arrendersi al sonno solo alla vista dei primi raggi di sole mattutini. Insomma, un posto adatto come soggetto per un quadro di Edward Hopper. Segnalato da una piccola scritta al neon appesa sul muro di una vecchia casa nel centro di Padenghe, il locale è accessibile da una porta in ferro battuto e vetro sulla quale cade sinuosamente un cespuglio d'edera.
Aperta la porta ci si trova davanti una lunga scala di legno diretta sotto terra. Scendendo, tra le luci soffuse, si riesce a scorgere dei divanetti di velluto rosso, incastonati in cubicoli e palchetti in muratura che suddividono l'ambiente in piccole alcove private. Inevitabile pensare di essere scivolati in un salotto viennese dei primi anni venti del Novecento alla Schnitzler o in un locale bohémien parigino. Addirittura i personaggi dei quadri appesi ovunque sembrano annuire per cercare di convincerti che le tue fantasie siano vere.
Giunti in fondo alla scala ci si trova di fronte al cuore "pulsante" del locale: un pianoforte a coda sovrastato da un minuscolo soppalco sul quale è montata una batteria. Sul pianoforte sono appoggiate delle maracas e un tamburello, mentre dietro lo sgabello del pianista si trova una chitarra elettrica appollaiata sull'apposito trespolo di supporto. Sì, perché il "Luci d'Alba" non è un semplice "bar", bensì un "piano bar"! Uno sguardo al pianista e sembra di essere finiti in una puntata di "Tales from the Crypt". Eh sì, perché al piano siede un vecchio dalla folta chioma canuta, che altri non è se non la versione da mondo dei viventi di Zio Tibia della famosa serie horror americana.
Sopra il pianoforte è sospesa la batteria. Il soppalco sul quale si trova è talmente in alto e talmente buio che difficilmente ci si accorge immediatamente della sua esistenza. Di solito lo sguardo scova questo antro seguendo la traccia lasciata da un leggero tintinnio di piatti, fastidiosamente regolare quanto il rumore d'una goccia che cola da un rubinetto rotto. Una volta realizzato che c'è una batteria appesa sotto il soffitto, si scorge anche l'antico suonatore che vi sta seduto dietro. Probabilmente il batterista un bel giorno è rimasto incastrato dietro alla batteria ed è invecchiato lì.
La forza vitale nei due uomini è quasi totalmente scomparsa. I due continuano a suonare quasi per forza d'inerzia, ma ormai non riescono più a trasmettere né ritmo, né accenti. Da un momento all'altro si teme sempre possano accasciarsi fatalmente sullo strumento. Tutte le canzoni sembrano essere uguali: stesso ritmo, stessi accordi. Non parliamo del cantato! Probabilmente terrorizzati di vedere la loro dentiera spiccare il volo a metri di distanza, i due suonatori aprono a malapena le labbra per cercare di articolare qualche parola che inevitabilmente resta incompresa dal pubblico. Ogni volta che inizia una canzone io ed i miei amici ci sforziamo per cercare di decifrare di quale canzone si tratti. Molto spesso ci arriviamo a metà della prima strofa, perché improvvisamente ci viene in aiuto una parola articolata in maniera tale da permettere all'udito umano di decifrarla.
L'ondata di vita giunge quando si ordinano i drink. Ogni divanetto è dotato di un citofono attraverso il quale si comunica alla signora dietro al bancone la lista dei desideri. In men che non si dica giunge una briosa settantenne,ancora ben conservata devo dire - a differenza dei suoi colleghi - che si annuncia con voce squillante recando liste o bevande, a seconda di quanto le è stato richiesto poco prima. A seconda dell'orario, questa elegante signora, dai capelli mori (tinti) e dal trucco curato, può comparire sobria o allegramente alticcia. Si sa, l'intensa esposizione ai fumi dell'alcool può involontariamente causare un senso di ebbrezza... Effettuata la consegna, se le va, la barista fa una sosta vicino al pianoforte. Agguanta o le maracas o il tamburello ed inizia a scuoterli con decisione. A questo punto sorge il sospetto che questa arzilla vecchietta sia una vampira d'energia vitale, succhiata nel tempo ai due vegliardi che a fatica si trascinano tra una nota e l'altra.
Ogni volta che andiamo al "Luci d'Alba" io ed i miei amici sorseggiamo drink scambiandoci opinioni sulla vita passata di questi personaggi bizzarri, ipotizzando sul modo in cui potrebbero lasciarci le penne da un momento all'altro e ridendo degli "arrangiamenti" involontari per ciascuna delle canzoni che si susseguono durante la serata. Quando ci alziamo per andarcene tiriamo un sospiro di sollievo pensando che anche questa volta non siamo rimasti prigionieri degli spettrali gestori del bar e saliamo le scale immaginando cosa possa succedere tra quadri e divanetti nel cuore della notte, quando ormai noi ce ne siamo andati.
giovedì 28 novembre 2013
Dal tramonto al Luci d'Alba
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venerdì 18 ottobre 2013
C'era una volta in via S. Erlembaldo...
Per chi non lo sapesse, ho conseguito la laurea triennale all'Università degli Studi di Milano. Grazie al sostegno dei miei genitori, ebbi la possibilità di stabilirmi nel capoluogo lombardo per tutta la durata dei corsi, ovvero da settembre 2006 a giugno 2009. La ricerca dell'appartamento non fu molto lunga. Ebbi la fortuna di trovarne quasi subito uno bello, moderno, pulito e con degli ottimi coinquilini. Due di loro, Alessia e Antonio, sorella e fratello, erano e sono tutt'ora i proprietari dell'appartamento ed occupavano due stanze singole. Io finii a condividere la stanza con Angela, una ragazza della Basilicata poco più grande di me, già laureata e in cerca di lavoro. Tre anni di convivenza, soprattutto con la mia compagna di stanza, hanno ovviamente segnato la mia maturazione, sia dal punto di vista individuale che dal punto di vista delle mie attitudini sociali. Mi rendo conto che quest'ultima affermazione richiederebbe almeno qualche esempio giustificativo, ma raccontare qui tre anni della mia vita sarebbe troppo complesso e in ogni caso non è questa la mia intenzione.
La mia intenzione è raccontare del fatto che ha scatenato di recente in me lunghe riflessioni su questa parte della mia vita cui non volgevo spesso la mente da parecchio tempo. Un po' come quando continui ad accumulare oggetti del tuo passato in soffitta e un bel giorno decidi di fare pulizia. E finisci col sederti per terra in mezzo alla polvere a perlustrare uno per uno gli oggetti che escono dalle scatole, perdendo la cognizione del tempo tra un pensiero, un sorriso, una lacrima. Ebbene, devo ammettere che dopo aver lasciato l'appartamento nel 2009 ho mantenuto pochi contatti con i miei ex coinquilini. Con Angela ho avuto uno scambio di messaggi saltuario fino al 2010, ma lentamente il sipario del silenzio è calato anche sul nostro rapporto. Inoltre Angela, viaggiatrice impenitente, si era stabilita in Lussemburgo, per poi fare una capatina in Canada per un corso di lingua e poi tornare per trasferirsi infine in Francia. Quindi non sarebbe stato semplice nemmeno vedersi.
Avevo messo un po' da parte la fase milanese della mia vita, anche perché stavo ancora cercando di riprendermi dal turbamento mentale e spirituale scatenato in me da quel tornado che è l'Erasmus. Ma a fine Settembre di quest'anno, una domenica sera mentre rientro dall'aperitivo con gli amici, sento lo squillo del cellulare. Lo estraggo dalla borsa e vedo la notifica di un messaggio di Facebook. Apro e vedo che il mittente è proprio Angela, la mia ex coinquilina. Inizio a leggere il messaggio ancora a bocca aperta e più leggo, più mi cala la mandibola: Angela è tornata a Milano e si è stabilita temporaneamente nel nostro vecchio appartamento. Ha trovato un lavoro e dato che a breve compirà gli anni, mi invita alla sua festa. Devo rileggere un altra volta il messaggio per far sì che venga processato adeguatamente dai miei neuroni.
Angela mi scrive anche che alcuni dei suoi amici, nonché il proprietario dell'appartamento, Antonio, sarebbero felici di rivedermi e che devo assolutamente accettare il suo invito. Piacevolmente sorpresa da queste parole e colma di gioia, inizio a rispondere freneticamente al messaggio. Non vedo l'ora di tornare. E da quel momento, pian piano, cominciano a riemergere i ricordi di vari episodi e di stati d'animo che fino a quel momento erano rimasti sigillati in quella grande scatola etichettata con "Milano - Università".
Sabato 12 Ottobre, parto dunque con il mio trolley al seguito alla volta di Milano. Autobus fino alla stazione di Brescia, quindi treno (rigorosamente regionale), metro fino alla fermata di "Gorla". Imbocco l'uscita per via S. Erlembaldo - che più di un nome sembra uno scioglilingua - e non appena emergo dalla scalinata su viale Monza inizio a guardarmi in giro. Pochissime cose sono cambiate. I negozi sono sempre gli stessi, a parte il supermercato. Arrivo davanti al portone e noto che campanello e porta sono stati rinnovati. Ma a parte ciò, il resto è rimasto invariato. Salgo le scale e trovo Angela ad accogliermi sul pianerottolo. Sembra la cosa più normale del mondo, sembra che ci siamo lasciate il giorno prima, ma son passati quasi quattro anni.
Per tutto il mio breve soggiorno questa è la sensazione preponderante: non ci sono cambiamenti esteriori troppo evidenti, sia in lei che nell'appartamento. Ho una buona memoria fotografica e continuo a guardarmi attorno per scovare i cambiamenti, ma noto che sono ben pochi. Sembra quasi che la mia mente voglia ingannarsi, che voglia convincersi che non esista un divario temporale tra allora e adesso. Ma riflettendoci mi rendo conto del tempo che è trascorso, del modo in cui sono cambiata nel frattempo: è cambiato il modo in cui osservo la realtà, ho accumulato molte altre esperienze dopo essermi chiusa alle spalle per sempre la porta di quell'appartamento. E tutto ciò si tramuta in una vocina interiore che con forza combatte l'illusione creata dal mio sguardo. Queste vibrazioni contrastanti mi attraversano continuamente, mentre chiacchiero con le mie vecchie conoscenze e mi aggiorno su quello che è successo nella loro vita negli ultimi tre, quattro anni. Non sono sensazioni nuove, ma si presentano con un'intensità mai provata prima. Riparto con la promessa di tornare presto e mi lascio cullare da una malinconia dolceamara mentre attraverso il grigiore autunnale della campagna lombarda.
La mia intenzione è raccontare del fatto che ha scatenato di recente in me lunghe riflessioni su questa parte della mia vita cui non volgevo spesso la mente da parecchio tempo. Un po' come quando continui ad accumulare oggetti del tuo passato in soffitta e un bel giorno decidi di fare pulizia. E finisci col sederti per terra in mezzo alla polvere a perlustrare uno per uno gli oggetti che escono dalle scatole, perdendo la cognizione del tempo tra un pensiero, un sorriso, una lacrima. Ebbene, devo ammettere che dopo aver lasciato l'appartamento nel 2009 ho mantenuto pochi contatti con i miei ex coinquilini. Con Angela ho avuto uno scambio di messaggi saltuario fino al 2010, ma lentamente il sipario del silenzio è calato anche sul nostro rapporto. Inoltre Angela, viaggiatrice impenitente, si era stabilita in Lussemburgo, per poi fare una capatina in Canada per un corso di lingua e poi tornare per trasferirsi infine in Francia. Quindi non sarebbe stato semplice nemmeno vedersi.
Avevo messo un po' da parte la fase milanese della mia vita, anche perché stavo ancora cercando di riprendermi dal turbamento mentale e spirituale scatenato in me da quel tornado che è l'Erasmus. Ma a fine Settembre di quest'anno, una domenica sera mentre rientro dall'aperitivo con gli amici, sento lo squillo del cellulare. Lo estraggo dalla borsa e vedo la notifica di un messaggio di Facebook. Apro e vedo che il mittente è proprio Angela, la mia ex coinquilina. Inizio a leggere il messaggio ancora a bocca aperta e più leggo, più mi cala la mandibola: Angela è tornata a Milano e si è stabilita temporaneamente nel nostro vecchio appartamento. Ha trovato un lavoro e dato che a breve compirà gli anni, mi invita alla sua festa. Devo rileggere un altra volta il messaggio per far sì che venga processato adeguatamente dai miei neuroni.
Angela mi scrive anche che alcuni dei suoi amici, nonché il proprietario dell'appartamento, Antonio, sarebbero felici di rivedermi e che devo assolutamente accettare il suo invito. Piacevolmente sorpresa da queste parole e colma di gioia, inizio a rispondere freneticamente al messaggio. Non vedo l'ora di tornare. E da quel momento, pian piano, cominciano a riemergere i ricordi di vari episodi e di stati d'animo che fino a quel momento erano rimasti sigillati in quella grande scatola etichettata con "Milano - Università".
Sabato 12 Ottobre, parto dunque con il mio trolley al seguito alla volta di Milano. Autobus fino alla stazione di Brescia, quindi treno (rigorosamente regionale), metro fino alla fermata di "Gorla". Imbocco l'uscita per via S. Erlembaldo - che più di un nome sembra uno scioglilingua - e non appena emergo dalla scalinata su viale Monza inizio a guardarmi in giro. Pochissime cose sono cambiate. I negozi sono sempre gli stessi, a parte il supermercato. Arrivo davanti al portone e noto che campanello e porta sono stati rinnovati. Ma a parte ciò, il resto è rimasto invariato. Salgo le scale e trovo Angela ad accogliermi sul pianerottolo. Sembra la cosa più normale del mondo, sembra che ci siamo lasciate il giorno prima, ma son passati quasi quattro anni.
Per tutto il mio breve soggiorno questa è la sensazione preponderante: non ci sono cambiamenti esteriori troppo evidenti, sia in lei che nell'appartamento. Ho una buona memoria fotografica e continuo a guardarmi attorno per scovare i cambiamenti, ma noto che sono ben pochi. Sembra quasi che la mia mente voglia ingannarsi, che voglia convincersi che non esista un divario temporale tra allora e adesso. Ma riflettendoci mi rendo conto del tempo che è trascorso, del modo in cui sono cambiata nel frattempo: è cambiato il modo in cui osservo la realtà, ho accumulato molte altre esperienze dopo essermi chiusa alle spalle per sempre la porta di quell'appartamento. E tutto ciò si tramuta in una vocina interiore che con forza combatte l'illusione creata dal mio sguardo. Queste vibrazioni contrastanti mi attraversano continuamente, mentre chiacchiero con le mie vecchie conoscenze e mi aggiorno su quello che è successo nella loro vita negli ultimi tre, quattro anni. Non sono sensazioni nuove, ma si presentano con un'intensità mai provata prima. Riparto con la promessa di tornare presto e mi lascio cullare da una malinconia dolceamara mentre attraverso il grigiore autunnale della campagna lombarda.
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venerdì 27 settembre 2013
E la Mariii si sposa: secondo giorno
Il secondo giorno ci infiliamo un'altra volta nei panni del Team Clitorider e partiamo alla volta della birreria Forst di Lagundo, un paesino in provincia di Bolzano. Prima però decidiamo di fare una sosta a Tirolo (il comune nei pressi di Merano che ha dato il nome alla regione). Dopo un paio d'ore di macchina arriviamo dunque all'estero, ehm sì, cioè, nei dintorni di Merano, che idealmente si trova entro i confini di un paese germanofono. Il mio cervello entra in confusione nel momento in cui ci sediamo in un locale di Tirolo e non so in che lingua ordinare. I camerieri naturalmente si rivolgono a noi in italiano, ma con un forte accento teutonico. Alla fine opto per il tedesco, tanto per tenermi un po' in esercizio. La conferma definitiva della "germanicità" di questi tizi arriva nel momento in cui vado ad ordinare il secondo drink per la festeggiata.
Marianna prima ha ordinato un prosecco con succo di mela, ma ora vorrebbe provare prosecco con succo d'arancia. Mi alzo, cerco il cameriere e quando lo trovo glielo ordino. Lui mi guarda con sguardo sorpreso e mi chiede: "Con succo d'arancia? Non con succo di mela?" "No" gli rispondo. Al che lui mi risponde "Va bene. Si sieda al tavolo che vengo a prendere l'ordine". Ma se ti ho appena ordinato qui? Pensi che cambierà qualcosa quando tu verrai al tavolo? penso tra me e me mentre ritorno a sedermi... Due secondi dopo arriva quindi il cameriere al tavolo esordendo con "Quindi un prosecco con succo d'arancia? Non con succo di mela?""Nooo" gli rispondo io "niente succo di mela, un prosecco con succo d'arancia". Fisso il cameriere negli occhi e noto il suo sguardo impassibile, ma so che tra i suoi bei neuroni ordinati con precisione secondo un algoritmo partorito da una mente sovrumana si sta scatenando un cortocircuito d'incommensurabile violenza. E' stato apportato un cambiamento repentino e ingiustificato. Una cosa troppo complessa da rielaborare senza collassare.
Nel frattempo le nostre stupende magliette e i nostri fiocchi rosa hanno attirato l'attenzione e stuzzicato la curiosità di parecchia gente. Già prima di raggiungere il locale, per strada, un paio di signore ci ha fermato e chiesto di poterci fare una foto di gruppo. Siamo diventate un'attrazione per turisti, un circo ambulante di freaks, che riesce ad attirare l'attenzione dei passanti, sia che colgano o meno il messaggio gridato a caratteri cubitali dalle nostre t-shirt. Questa scena da red carpet si svolge anche nel "Biergarten" della birreria Forst.
Qui, in particolare, veniamo "prese di mira" da dei giovani motociclisti seduti al tavolo accanto al nostro e da alcuni vecchietti seduti ai tavoli limitrofi. I primi riprendono tutti i nostri cori ogni volta che li intoniamo e i secondi ci fotografano e vengono al tavolo per congratularsi con la futura sposa e per consigliarle di non sposarsi. Questo, del resto, è il consiglio che chiunque abbiamo incontrato in questi due giorni avesse da dispensare a Marianna. Uno addirittura giunge cantando una canzone di auguri per lo sposalizio in tedesco e quando vede che nessuna di noi canta, ci chiede (sempre in tedesco) perché non ci uniamo al suo coretto. Gli rispondo che non conosciamo la canzone e che siamo italiane (come a dire che non ci troviamo su suolo italiano... per il mio cervello evidentemente non è così). Quindi mi risponde in italiano, io proseguo la conversazione in italiano e lui ricomincia in tedesco. Dopo quattro o cinque battute in questo modo, finalmente riusciamo a sintonizzarci entrambi sulla stessa lingua.
Al vecchietto canterino segue l'intervento dei vecchietti al tavolo vicino al nostro, che ci chiedono se possono fare una foto a noi fanciulle assieme ai giovanotti motociclisti. "Mescolatevi un po', incastratevi, incrociatevi.... si insomma, mischiatevi su lì..." e ci fanno un album fotografico. Dopo aver così intrattenuto gli ospiti del Biergarten rotoliamo, piene di cibo e birra, verso il parcheggio. Mentre torniamo a casa, finestrini abbassati e musica pop a tutto volume, continuo a giocare con i fiocchi di tulle rosa che ho portato nei capelli dalla serata precedente. Li tiro, li annodo, li incastro tra il montante della portiera e il finestrino chiuso e lascio che il vento se li spupazzi per tutto il tragitto. Voglio che tutti capiscano che siamo in festa. Voglio che quei piccoli pezzui di stoffa dal colore sgargiante suscitino in loro un sorriso, mentre tentano di immaginare, nello sforzo di immedesimarsi in noi, quanto sia stato esilarante il nostro weekend.
Marianna prima ha ordinato un prosecco con succo di mela, ma ora vorrebbe provare prosecco con succo d'arancia. Mi alzo, cerco il cameriere e quando lo trovo glielo ordino. Lui mi guarda con sguardo sorpreso e mi chiede: "Con succo d'arancia? Non con succo di mela?" "No" gli rispondo. Al che lui mi risponde "Va bene. Si sieda al tavolo che vengo a prendere l'ordine". Ma se ti ho appena ordinato qui? Pensi che cambierà qualcosa quando tu verrai al tavolo? penso tra me e me mentre ritorno a sedermi... Due secondi dopo arriva quindi il cameriere al tavolo esordendo con "Quindi un prosecco con succo d'arancia? Non con succo di mela?""Nooo" gli rispondo io "niente succo di mela, un prosecco con succo d'arancia". Fisso il cameriere negli occhi e noto il suo sguardo impassibile, ma so che tra i suoi bei neuroni ordinati con precisione secondo un algoritmo partorito da una mente sovrumana si sta scatenando un cortocircuito d'incommensurabile violenza. E' stato apportato un cambiamento repentino e ingiustificato. Una cosa troppo complessa da rielaborare senza collassare.
Nel frattempo le nostre stupende magliette e i nostri fiocchi rosa hanno attirato l'attenzione e stuzzicato la curiosità di parecchia gente. Già prima di raggiungere il locale, per strada, un paio di signore ci ha fermato e chiesto di poterci fare una foto di gruppo. Siamo diventate un'attrazione per turisti, un circo ambulante di freaks, che riesce ad attirare l'attenzione dei passanti, sia che colgano o meno il messaggio gridato a caratteri cubitali dalle nostre t-shirt. Questa scena da red carpet si svolge anche nel "Biergarten" della birreria Forst.
Qui, in particolare, veniamo "prese di mira" da dei giovani motociclisti seduti al tavolo accanto al nostro e da alcuni vecchietti seduti ai tavoli limitrofi. I primi riprendono tutti i nostri cori ogni volta che li intoniamo e i secondi ci fotografano e vengono al tavolo per congratularsi con la futura sposa e per consigliarle di non sposarsi. Questo, del resto, è il consiglio che chiunque abbiamo incontrato in questi due giorni avesse da dispensare a Marianna. Uno addirittura giunge cantando una canzone di auguri per lo sposalizio in tedesco e quando vede che nessuna di noi canta, ci chiede (sempre in tedesco) perché non ci uniamo al suo coretto. Gli rispondo che non conosciamo la canzone e che siamo italiane (come a dire che non ci troviamo su suolo italiano... per il mio cervello evidentemente non è così). Quindi mi risponde in italiano, io proseguo la conversazione in italiano e lui ricomincia in tedesco. Dopo quattro o cinque battute in questo modo, finalmente riusciamo a sintonizzarci entrambi sulla stessa lingua.
Al vecchietto canterino segue l'intervento dei vecchietti al tavolo vicino al nostro, che ci chiedono se possono fare una foto a noi fanciulle assieme ai giovanotti motociclisti. "Mescolatevi un po', incastratevi, incrociatevi.... si insomma, mischiatevi su lì..." e ci fanno un album fotografico. Dopo aver così intrattenuto gli ospiti del Biergarten rotoliamo, piene di cibo e birra, verso il parcheggio. Mentre torniamo a casa, finestrini abbassati e musica pop a tutto volume, continuo a giocare con i fiocchi di tulle rosa che ho portato nei capelli dalla serata precedente. Li tiro, li annodo, li incastro tra il montante della portiera e il finestrino chiuso e lascio che il vento se li spupazzi per tutto il tragitto. Voglio che tutti capiscano che siamo in festa. Voglio che quei piccoli pezzui di stoffa dal colore sgargiante suscitino in loro un sorriso, mentre tentano di immaginare, nello sforzo di immedesimarsi in noi, quanto sia stato esilarante il nostro weekend.
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domenica 1 settembre 2013
E la Marii si sposa: primo giorno.
Finestrini abbassati. Il vento che fischia nelle orecchie e spettina i capelli. Il riflesso abbagliante del sole sulla superficie turchese scuro del lago di Garda, increspata dal vento per la gioia di wind- e kitesurfisti che colorati sfrecciano in tutte le direzioni. Musica pop a tutto volume. Niente di meglio per entrare nello spirito adatto ad affrontare questi due giorni di festa e per scacciare il timore che qualcosa possa andare storto, che la sorpresa non risulti gradita alla festeggiata.
In un paio d'ore raggiungiamo l'hotel, scarichiamo i bagagli in camera e ci prepariamo ad affrontare la giornata. Proponiamo a Marianna, la futura sposa, due opzioni: trascorrere il pomeriggio al Breg Adventure Park di Breguzzo o fare una passeggiata al lago di Molveno. C'è da dire che Marianna aveva minacciato di sfuggire alle nostre grinfie, qualora l'avessimo coinvolta in lunghe camminate in montagna e dunque non eravamo in grado di prevedere quale sarebbe stata la sua reazione a tali proposte. Alla fine ha prevalso lo spirito coraggioso della festeggiata, che senza alcun timore ha optato per l'Adventure Park di Breguzzo. In fondo speravo proprio in questa scelta, dato che ero in preda al desiderio di sperimentare i misteriosi percorsi che il parco aveva da offrire sin dal primo momento in cui Laura me ne aveva parlato.
Ma dato che è meglio affrontare qualsiasi sfida a stomaco pieno, sulla strada per l'Adventure Park facciamo una piccola sosta in un piccolo supermercato di Breguzzo a comprare qualcosa e andiamo a fare un picnic nei pressi del torrente che attraversa il paese. Andiamo ad accamparci proprio vicino ad una baita dove ho trascorso parecchie estati in qualità di partecipante, prima, e animatrice, poi, del campo-scuola organizzato dalla parrocchia di Nuvolento. Erano anni che non ci tornavo e non immaginavo proprio vi avrei fatto ritorno, ma il caso mi ci ha ricondotto. La baita e la zona picnic sono separate dal torrente e collegate da un ponte di ferro, che veniva fatto puntualmente traballare dai ragazzi del campo-scuola ogni qualvolta veniva attraversato. Questa volta, però, io mi trovo dall'altra parte e il cancellino di sbarramento del ponte è chiuso. Si vedono delle persone girare per il prato attorno alla baita. Io sono semplicemente un'osservatrice esterna.
Terminato il pranzo ci dirigiamo finalmente all'Adventure Park. La curiosità sale. Arrivate sul posto ci dirigiamo verso la cassa e prendiamo un biglietto della validità di tre ore. Acquistiamo anche un paio di guanti e poi ci dirigiamo sul retro dell'edificio per depositare le borse ed indossare le imbracature. Gli istruttori ci fanno salire su dei ceppi in modo tale da facilitare loro il processo di imbracatura. Quindi ci dirigiamo nel punto indicatoci dalle guide dove verremo istruite sull'uso di moschettoni e carrucola. L'ultima ad essere imbracata è proprio Marianna. Alcune di noi, scherzando, dicono al giovane istruttore che la sta imbracando di fare molta attenzione, perché si tratta di una futura sposa e se le dovesse succedere qualcosa lo sposo potrebbe venire a cercarlo e vendicarsi. Il ragazzino non sembra capire la battuta e continua nervosamente a controllare che tutto sia legato come si deve mentre noi lo osserviamo ridendo.
Chiuso questo siparietto comico inizia la spiegazione. Ogni imbracatura è dotata di due moschettoni: uno resta sempre bloccato mentre l'altro è sbloccato. Per bloccare e sbloccare i moschettoni ci si serve di apposite "chiavi" poste all'attaccatura dei cavi d'acciaio che costituiscono il percorso. La carrucola è dotata di due molle laterali che si piegano nel momento in cui si infila la carrucola sul cavo. Terminato il giro di prova su un breve percorso appositamente creato per permettere alle persone di acquisire familiarità con questo sistema si inizia a fare sul serio.
Ciascun percorso si articola tra gli alberi, che costituiscono punti di partenza ed arrivo. Per ogni passaggio esiste un cavo d'acciaio al quale i moschettoni vengono agganciati, ma ogni volta il passaggio è di diverso tipo: un solo cavo d'acciaio su cui camminare; un ponte tibetano di corda; una corda cui ci si aggrappa come fosse una liana e ci si lancia dalla parte opposta; rami d'albero appesi parallelamente o perpendicolarmente alla linea di passaggio, su cui appoggiare i piedi; strutture a forma di botte in cui infilarsi; reti di corda; sacchi di sabbia che pendono sopra ad un cavo d'acciaio, da attraversare a zig-zag e infine cavi d'acciaio ai quali appendersi mediante la carrucola e da cui lanciarsi. I percorsi sono sospesi ad altezze diverse: si passa dai 4-6 metri ai 13,5 metri o addirittura ai 15 metri della piattaforma di "base jump", dalla quale ci si cala appesi ad una corda.
Naturalmente partiamo dai percorsi più "semplici". Con lentezza procediamo da un tronco all'altro. Sono piacevolmente sorpresa dal fatto che nessuna delle ragazze si tira indietro, nonostante io sappia che alcune di loro siano terrorizzate da cose di questo genere. Il primo momento di panico arriva quando Michela, che si trova proprio davanti a me nel percorso, effettua il primo attraversamento con liana. Giunta in prossimità del punto d'arrivo non riesce ad afferrare la corda legata all'albero per tirarsi sulla piattaforma posta attorno al tronco e rimane quindi sospesa in aria a metà percorso. Vediamo il terrore nei suoi occhi, finché una delle guide non giunge ad aiutarla a raggiungere la base. Ma questo episodio non ferma lei e non inibisce neppure noi.
Quando decidiamo di affrontare il percorso destinato al solo uso delle carrucole alcune di noi, che soffrono di vertigini, giustamente si ritirano. La festeggiata, che è sempre stata in testa al gruppo, è la prima a scivolare sui cavi d'acciaio appesa alla carrucola. Senza esitazione si lancia, ma arrivata a fine percorso non riesce ad afferrare la corda per trascinarsi sulla piattaforma e rimbalza indietro, restando sospesa a circa 13 metri da terra. Una delle guide le lancia una corda da sotto, lei l'afferra e viene trascinata in questo modo al punto d'arrivo. Quindi prosegue tranquilla.
Quando giunge il mio momento, ho un attimo di esitazione. Mi trovo a 13,5 metri d'altezza, sotto di me il prato e la strada e, dopo aver assicurato la carrucola, non mi resta che lanciarmi. Ma il mio cervello mi blocca. Come faccio a saltare semplicemente nel vuoto appesa solo per una misera imbracatura? Avrò forza nelle braccia per restare appesa alla fascetta che parte dall'imbracatura e termina nella carrucola? Cosa succede se inizio a ruotare su me stessa mentre sono in volo? Quando finalmente trovo la forza di zittire il mio cervello sposto i piedi nel vuoto e parto.
Incredibile! Sto scivolando appesa ad un filo, persino ad una discreta velocità! Mamma che mal di braccia, quando arrivo in fondo? Il tempo di pensare queste cose e mi ritrovo a pochi millimetri dal tronco non sapendo che fare. Sbaaam! Mi schianto contro l'albero e rimbalzo indietro. Inizio a scivolare indietro e non sento la voce della guida che da sotto mi dice di staccare le braccia dalla fascetta dell'imbracatura, in modo tale che il peso del mio corpo mi blocchi interrompendo la scivolata al punto di partenza sul cavo. Mi viene lanciata la corda e l'istruttore mi trascina alla piattaforma.
Non faccio in tempo a riprendermi dalla cosa che mi trovo davanti un cavo ancora più lungo al quale appendermi. Faccio un respiro profondo e mi lancio, concentrandomi sulla benedetta corda da afferrare al momento dell'arrivo. Per strada, però, sopraggiunge un altro problema: inizio a roteare su me stessa! Non posso arrivare al tronco di schiena, altrimenti non riuscirò mai ad afferrare la corda e si ripeterà la scena precedente. Non può succedere. Inizio quindi ad oppormi al moto rotatorio con tutte le mie forze e riesco così ad arrivare col fianco destro rivolto verso l'albero. Afferro la corda e mi trascino sulla piattaforma.
Terminate le tre ore che avevamo a disposizione, ci liberiamo dell'imbracatura e ci dirigiamo verso l'auto. La nostra attenzione però viene attirata dalla festa degli alpini che si sta svolgendo nell'edificio lì accanto. Ci soffermiamo a dare un''occhiata e subito si svolge davanti ai nostri occhi una scena epica, che ci trascina immediatamente nella festa. Sotto al portico della casa degli alpini un saxofonista sta suonando sulla base di Billie Jean di Michael Jackson. Gli unici ballerini sono una coppia di anziani, di origine sudamericana a giudicare dal loro aspetto. Il vecchio tiene in mano un bastone e si muove lentamente. Improvvisamente, questi, mosso dall'energia del ritornello, lancia lontano da se il bastone e si lancia in un balletto che pare copiato alle coreografie del grande Michael. Miiii, il primo miracolo di Michael Jackson!!!! Alla vista di ciò decidiamo di fiondarci sotto il portico e iniziamo a ballare coi vecchietti, estremamente contenti di avere nuove compagne di ballo. Il vecchietto si carica ancora di più ed inizia a piegarsi sulle gambe abbassandosi e rialzandosi gradualmente a terra sempre a ritmo di musica.
Dopodiché, mi stacco dal gruppo per andare a prendermi una birra al bar, dato che arrampicarmi su e giù per gli alberi mi ha fatto venire un po' di sete. I ragazzi al bar mi chiedono quante ragazze ci sono nel gruppo e generosamente propongono di offrirci da bere. Quindi, ci spostiamo ad un tavolo per bere, dove siamo raggiunte da quello che credo sia il presidente dell'associazione degli alpini locale, che fa da vocalist della festa. Gli spieghiamo perché ci troviamo lì e lui inizia a sgranare frasi di augurio per la futura sposa. Chiede di baciarla, chiama a raccolta un paio di ragazzi per fare lo stesso e poi dà ordine al saxofonista di far partire la canzone che ha scelto di dedicarle. Dopo un'introduzione del tipo "Eh, è una canzone un po' spinta..." partono le note della famosissima "You Can Leave Your Hat On" di Joe Cocker.
L'ultimo ragazzino che risponde alla chiamata del capo degli alpini avrà a malapena diciassette anni. Giunto al tavolo inizia a scrutarci una per una, mentre presta orecchio all'alpino che gli dice di baciare la sposa. Lo sguardo del ragazzino è ormai puntato su Francesca B. e i suoi occhi rivelano chiaramente la speranza che la sposa sia proprio lei. Ormai assorto da un unico pensiero, non ascolta più l'adulto e si dirige verso Francesca che è seduta all'estremità della panca. Dopo averla apostrofata con un "Ehi, bionda!" le chiede di fargli posto accanto e lui si sistema al suo fianco soddisfatto della conquista. Inutile dire che noi altre scoppiamo in una fragorosa risata. L'allegria è nell'aria. Penso che sia proprio piacevole ricevere un accoglienza di questo tipo e a come sia soddisfacente il fatto che tutto stia procedendo alla grande, nonostante il programma della festa non sia stato pianificato nei minimi dettagli. Partiamo da Breguzzo urlando a ripetizione dai finestrini "E la Mariiii si spooosaaaaa" con accompagnamento del clacson. Giungiamo in hotel e ci prepariamo per la sera.
Marianna viene bendata mentre le facciamo indossare la t-shirt, il gilè, il velo e la gonnellina di tulle fucsia. Quindi anche noi indossiamo le nostre t-shirt del team "Clitorider" e ci infiliamo del tulle rosa fra i capelli. Infine lasciamo che Marianna si tolga la benda, inforchi gli occhiali e scopra come l'abbiamo conciata e come ci siamo conciate. E' giunto il momento di mostrare al mondo questo nuovo team di bikers tutto al femminile.
Scendiamo nella hall dell'albergo per un aperitivo ed iniziamo a raccogliere i primi sguardi stupiti e divertiti dei clienti dell'albergo. Terminato l'aperitivo, ci dirigiamo verso una festa di paese indicataci dal figlio degli albergatori, descritta come a pochi chilometri dall'hotel.
Pochi chilometri dall'hotel? Ehm, non esattamente. Guidiamo per circa venti minuti e quindi imbocchiamo una stradina che si arrampica su per il monte. Le curve non finiscono più e della festa nemmeno l'ombra. Dopo innumerevoli tornanti giungiamo al luogo della festa, che però sembra semi-deserta. D'altronde sono quasi le dieci della domenica sera, è comprensibile che non ci sia molta gente in giro. Deluse, stanche e affamate, facciamo inversione e ci fermiamo in un ristorante carino poco lontano dall'albergo, le cui specialità sono polletto alla brace e pizza e che fortunatamente tiene la cucina sempre aperta. Sedute attorno al tavolo ci rimpinziamo di cibo riprendendoci dalla lunga giornata, finché, sopraffatte dalla stanchezza, ci alziamo da tavola e ritorniamo in hotel. Buonanotte.
In un paio d'ore raggiungiamo l'hotel, scarichiamo i bagagli in camera e ci prepariamo ad affrontare la giornata. Proponiamo a Marianna, la futura sposa, due opzioni: trascorrere il pomeriggio al Breg Adventure Park di Breguzzo o fare una passeggiata al lago di Molveno. C'è da dire che Marianna aveva minacciato di sfuggire alle nostre grinfie, qualora l'avessimo coinvolta in lunghe camminate in montagna e dunque non eravamo in grado di prevedere quale sarebbe stata la sua reazione a tali proposte. Alla fine ha prevalso lo spirito coraggioso della festeggiata, che senza alcun timore ha optato per l'Adventure Park di Breguzzo. In fondo speravo proprio in questa scelta, dato che ero in preda al desiderio di sperimentare i misteriosi percorsi che il parco aveva da offrire sin dal primo momento in cui Laura me ne aveva parlato.
Ma dato che è meglio affrontare qualsiasi sfida a stomaco pieno, sulla strada per l'Adventure Park facciamo una piccola sosta in un piccolo supermercato di Breguzzo a comprare qualcosa e andiamo a fare un picnic nei pressi del torrente che attraversa il paese. Andiamo ad accamparci proprio vicino ad una baita dove ho trascorso parecchie estati in qualità di partecipante, prima, e animatrice, poi, del campo-scuola organizzato dalla parrocchia di Nuvolento. Erano anni che non ci tornavo e non immaginavo proprio vi avrei fatto ritorno, ma il caso mi ci ha ricondotto. La baita e la zona picnic sono separate dal torrente e collegate da un ponte di ferro, che veniva fatto puntualmente traballare dai ragazzi del campo-scuola ogni qualvolta veniva attraversato. Questa volta, però, io mi trovo dall'altra parte e il cancellino di sbarramento del ponte è chiuso. Si vedono delle persone girare per il prato attorno alla baita. Io sono semplicemente un'osservatrice esterna.
Terminato il pranzo ci dirigiamo finalmente all'Adventure Park. La curiosità sale. Arrivate sul posto ci dirigiamo verso la cassa e prendiamo un biglietto della validità di tre ore. Acquistiamo anche un paio di guanti e poi ci dirigiamo sul retro dell'edificio per depositare le borse ed indossare le imbracature. Gli istruttori ci fanno salire su dei ceppi in modo tale da facilitare loro il processo di imbracatura. Quindi ci dirigiamo nel punto indicatoci dalle guide dove verremo istruite sull'uso di moschettoni e carrucola. L'ultima ad essere imbracata è proprio Marianna. Alcune di noi, scherzando, dicono al giovane istruttore che la sta imbracando di fare molta attenzione, perché si tratta di una futura sposa e se le dovesse succedere qualcosa lo sposo potrebbe venire a cercarlo e vendicarsi. Il ragazzino non sembra capire la battuta e continua nervosamente a controllare che tutto sia legato come si deve mentre noi lo osserviamo ridendo.
Chiuso questo siparietto comico inizia la spiegazione. Ogni imbracatura è dotata di due moschettoni: uno resta sempre bloccato mentre l'altro è sbloccato. Per bloccare e sbloccare i moschettoni ci si serve di apposite "chiavi" poste all'attaccatura dei cavi d'acciaio che costituiscono il percorso. La carrucola è dotata di due molle laterali che si piegano nel momento in cui si infila la carrucola sul cavo. Terminato il giro di prova su un breve percorso appositamente creato per permettere alle persone di acquisire familiarità con questo sistema si inizia a fare sul serio.
Ciascun percorso si articola tra gli alberi, che costituiscono punti di partenza ed arrivo. Per ogni passaggio esiste un cavo d'acciaio al quale i moschettoni vengono agganciati, ma ogni volta il passaggio è di diverso tipo: un solo cavo d'acciaio su cui camminare; un ponte tibetano di corda; una corda cui ci si aggrappa come fosse una liana e ci si lancia dalla parte opposta; rami d'albero appesi parallelamente o perpendicolarmente alla linea di passaggio, su cui appoggiare i piedi; strutture a forma di botte in cui infilarsi; reti di corda; sacchi di sabbia che pendono sopra ad un cavo d'acciaio, da attraversare a zig-zag e infine cavi d'acciaio ai quali appendersi mediante la carrucola e da cui lanciarsi. I percorsi sono sospesi ad altezze diverse: si passa dai 4-6 metri ai 13,5 metri o addirittura ai 15 metri della piattaforma di "base jump", dalla quale ci si cala appesi ad una corda.
Naturalmente partiamo dai percorsi più "semplici". Con lentezza procediamo da un tronco all'altro. Sono piacevolmente sorpresa dal fatto che nessuna delle ragazze si tira indietro, nonostante io sappia che alcune di loro siano terrorizzate da cose di questo genere. Il primo momento di panico arriva quando Michela, che si trova proprio davanti a me nel percorso, effettua il primo attraversamento con liana. Giunta in prossimità del punto d'arrivo non riesce ad afferrare la corda legata all'albero per tirarsi sulla piattaforma posta attorno al tronco e rimane quindi sospesa in aria a metà percorso. Vediamo il terrore nei suoi occhi, finché una delle guide non giunge ad aiutarla a raggiungere la base. Ma questo episodio non ferma lei e non inibisce neppure noi.
Quando decidiamo di affrontare il percorso destinato al solo uso delle carrucole alcune di noi, che soffrono di vertigini, giustamente si ritirano. La festeggiata, che è sempre stata in testa al gruppo, è la prima a scivolare sui cavi d'acciaio appesa alla carrucola. Senza esitazione si lancia, ma arrivata a fine percorso non riesce ad afferrare la corda per trascinarsi sulla piattaforma e rimbalza indietro, restando sospesa a circa 13 metri da terra. Una delle guide le lancia una corda da sotto, lei l'afferra e viene trascinata in questo modo al punto d'arrivo. Quindi prosegue tranquilla.
Quando giunge il mio momento, ho un attimo di esitazione. Mi trovo a 13,5 metri d'altezza, sotto di me il prato e la strada e, dopo aver assicurato la carrucola, non mi resta che lanciarmi. Ma il mio cervello mi blocca. Come faccio a saltare semplicemente nel vuoto appesa solo per una misera imbracatura? Avrò forza nelle braccia per restare appesa alla fascetta che parte dall'imbracatura e termina nella carrucola? Cosa succede se inizio a ruotare su me stessa mentre sono in volo? Quando finalmente trovo la forza di zittire il mio cervello sposto i piedi nel vuoto e parto.
Incredibile! Sto scivolando appesa ad un filo, persino ad una discreta velocità! Mamma che mal di braccia, quando arrivo in fondo? Il tempo di pensare queste cose e mi ritrovo a pochi millimetri dal tronco non sapendo che fare. Sbaaam! Mi schianto contro l'albero e rimbalzo indietro. Inizio a scivolare indietro e non sento la voce della guida che da sotto mi dice di staccare le braccia dalla fascetta dell'imbracatura, in modo tale che il peso del mio corpo mi blocchi interrompendo la scivolata al punto di partenza sul cavo. Mi viene lanciata la corda e l'istruttore mi trascina alla piattaforma.
Non faccio in tempo a riprendermi dalla cosa che mi trovo davanti un cavo ancora più lungo al quale appendermi. Faccio un respiro profondo e mi lancio, concentrandomi sulla benedetta corda da afferrare al momento dell'arrivo. Per strada, però, sopraggiunge un altro problema: inizio a roteare su me stessa! Non posso arrivare al tronco di schiena, altrimenti non riuscirò mai ad afferrare la corda e si ripeterà la scena precedente. Non può succedere. Inizio quindi ad oppormi al moto rotatorio con tutte le mie forze e riesco così ad arrivare col fianco destro rivolto verso l'albero. Afferro la corda e mi trascino sulla piattaforma.
Terminate le tre ore che avevamo a disposizione, ci liberiamo dell'imbracatura e ci dirigiamo verso l'auto. La nostra attenzione però viene attirata dalla festa degli alpini che si sta svolgendo nell'edificio lì accanto. Ci soffermiamo a dare un''occhiata e subito si svolge davanti ai nostri occhi una scena epica, che ci trascina immediatamente nella festa. Sotto al portico della casa degli alpini un saxofonista sta suonando sulla base di Billie Jean di Michael Jackson. Gli unici ballerini sono una coppia di anziani, di origine sudamericana a giudicare dal loro aspetto. Il vecchio tiene in mano un bastone e si muove lentamente. Improvvisamente, questi, mosso dall'energia del ritornello, lancia lontano da se il bastone e si lancia in un balletto che pare copiato alle coreografie del grande Michael. Miiii, il primo miracolo di Michael Jackson!!!! Alla vista di ciò decidiamo di fiondarci sotto il portico e iniziamo a ballare coi vecchietti, estremamente contenti di avere nuove compagne di ballo. Il vecchietto si carica ancora di più ed inizia a piegarsi sulle gambe abbassandosi e rialzandosi gradualmente a terra sempre a ritmo di musica.
Dopodiché, mi stacco dal gruppo per andare a prendermi una birra al bar, dato che arrampicarmi su e giù per gli alberi mi ha fatto venire un po' di sete. I ragazzi al bar mi chiedono quante ragazze ci sono nel gruppo e generosamente propongono di offrirci da bere. Quindi, ci spostiamo ad un tavolo per bere, dove siamo raggiunte da quello che credo sia il presidente dell'associazione degli alpini locale, che fa da vocalist della festa. Gli spieghiamo perché ci troviamo lì e lui inizia a sgranare frasi di augurio per la futura sposa. Chiede di baciarla, chiama a raccolta un paio di ragazzi per fare lo stesso e poi dà ordine al saxofonista di far partire la canzone che ha scelto di dedicarle. Dopo un'introduzione del tipo "Eh, è una canzone un po' spinta..." partono le note della famosissima "You Can Leave Your Hat On" di Joe Cocker.
L'ultimo ragazzino che risponde alla chiamata del capo degli alpini avrà a malapena diciassette anni. Giunto al tavolo inizia a scrutarci una per una, mentre presta orecchio all'alpino che gli dice di baciare la sposa. Lo sguardo del ragazzino è ormai puntato su Francesca B. e i suoi occhi rivelano chiaramente la speranza che la sposa sia proprio lei. Ormai assorto da un unico pensiero, non ascolta più l'adulto e si dirige verso Francesca che è seduta all'estremità della panca. Dopo averla apostrofata con un "Ehi, bionda!" le chiede di fargli posto accanto e lui si sistema al suo fianco soddisfatto della conquista. Inutile dire che noi altre scoppiamo in una fragorosa risata. L'allegria è nell'aria. Penso che sia proprio piacevole ricevere un accoglienza di questo tipo e a come sia soddisfacente il fatto che tutto stia procedendo alla grande, nonostante il programma della festa non sia stato pianificato nei minimi dettagli. Partiamo da Breguzzo urlando a ripetizione dai finestrini "E la Mariiii si spooosaaaaa" con accompagnamento del clacson. Giungiamo in hotel e ci prepariamo per la sera.
Marianna viene bendata mentre le facciamo indossare la t-shirt, il gilè, il velo e la gonnellina di tulle fucsia. Quindi anche noi indossiamo le nostre t-shirt del team "Clitorider" e ci infiliamo del tulle rosa fra i capelli. Infine lasciamo che Marianna si tolga la benda, inforchi gli occhiali e scopra come l'abbiamo conciata e come ci siamo conciate. E' giunto il momento di mostrare al mondo questo nuovo team di bikers tutto al femminile.
Scendiamo nella hall dell'albergo per un aperitivo ed iniziamo a raccogliere i primi sguardi stupiti e divertiti dei clienti dell'albergo. Terminato l'aperitivo, ci dirigiamo verso una festa di paese indicataci dal figlio degli albergatori, descritta come a pochi chilometri dall'hotel.
Pochi chilometri dall'hotel? Ehm, non esattamente. Guidiamo per circa venti minuti e quindi imbocchiamo una stradina che si arrampica su per il monte. Le curve non finiscono più e della festa nemmeno l'ombra. Dopo innumerevoli tornanti giungiamo al luogo della festa, che però sembra semi-deserta. D'altronde sono quasi le dieci della domenica sera, è comprensibile che non ci sia molta gente in giro. Deluse, stanche e affamate, facciamo inversione e ci fermiamo in un ristorante carino poco lontano dall'albergo, le cui specialità sono polletto alla brace e pizza e che fortunatamente tiene la cucina sempre aperta. Sedute attorno al tavolo ci rimpinziamo di cibo riprendendoci dalla lunga giornata, finché, sopraffatte dalla stanchezza, ci alziamo da tavola e ritorniamo in hotel. Buonanotte.
venerdì 23 agosto 2013
E la Mariii si spooosaaaa: antefatto.
Occhi che bruciano, due botte sul braccio sinistro, bicipiti e tricipiti doloranti, stomaco fin troppo pieno e un paio di taglietti sulle ginocchia. Sono stata rapita da uno stalker che mi ha picchiata e ha tentato di uccidermi costringendomi ad ingerire cibo fino a scoppiare? No, sono semplicemente reduce dal mio primo addio al nubilato. Eh sì, perché tra un mese la mia amica Marianna si sposa e per l'occasione io e altre sei amiche abbiamo organizzato una festicciola coi fiocchi (di tulle fucsia).
I preparativi sono iniziati giorni prima ovviamente. Dopo aver scelto il luogo di pernottamento, un albergo situato a Sarche, frazione di Calavino (provincia di Trento), ci siamo concentrate sul concetto-base della festa, realizzato naturalmente in spirito goliardico. E' stata approvata l'idea di Laura, la quale prevedeva la trasformazione del nostro gruppo in un team di riders tutto al femminile, il "Team Clitorider". La futura sposa sarebbe stata la presidentessa, Clitorider in persona, e noi le affiliate della gang. Abbiamo quindi creato delle T-shirt per la nostra associazione motociclistica: sulla schiena abbiamo disegnato il logo e il nome del gruppo, mentre sulla parte anteriore abbiamo scritto delle frasi personalizzate a doppio senso, ça va sans dire. Ogni frase faceva riferimento alla specializzazione di ciascuna centaura nel "maneggiare" un componente della motocicletta.
I preparativi sono iniziati giorni prima ovviamente. Dopo aver scelto il luogo di pernottamento, un albergo situato a Sarche, frazione di Calavino (provincia di Trento), ci siamo concentrate sul concetto-base della festa, realizzato naturalmente in spirito goliardico. E' stata approvata l'idea di Laura, la quale prevedeva la trasformazione del nostro gruppo in un team di riders tutto al femminile, il "Team Clitorider". La futura sposa sarebbe stata la presidentessa, Clitorider in persona, e noi le affiliate della gang. Abbiamo quindi creato delle T-shirt per la nostra associazione motociclistica: sulla schiena abbiamo disegnato il logo e il nome del gruppo, mentre sulla parte anteriore abbiamo scritto delle frasi personalizzate a doppio senso, ça va sans dire. Ogni frase faceva riferimento alla specializzazione di ciascuna centaura nel "maneggiare" un componente della motocicletta.
Una volta scelti logo e frasi, io e le altre organizzatrici ci siamo riunite alla vigilia della partenza per procedere alla realizzazione delle t-shirt. Io mi sono munita di pennarello indelebile ed offerta di disegnare le magliette, operazione che mi ha impegnato qualche ora e che mi ha fatto precipitare in uno stato allucinogeno a causa di inalazione intensiva dell'odore ingannevolmente gradevole dei pennarelli indelebili. Le altre ragazze, nel frattempo, hanno preparato il gilet nero, nonché il gonnellino e il velo di tulle fucsia e rosa per la sposa e si sono occupate di ripassare le scritte sulle magliette con tempera acrilica. Alle ore 22:00 del giorno sabato 10 agosto 2013 abbiamo portato quindi a termine il nostro goliardico piano.
Il giorno successivo andiamo a prendere la festeggiata e ci dirigiamo verso una meta a lei sconosciuta...
giovedì 18 luglio 2013
Intervista sull'Erasmus a Kassel
Toh! Oggi, per caso, ho scoperto che il video della mia intervista sull'Erasmus a Kassel è stato messo su YouTube, così adesso posso inserire il link qui.
Come si può notare immediatamente, quel giorno avevo delle occhiaie pazzesche: mi ero rivoltata tra le coperte tutta la notte precedente dall'agitazione. Le cause? Un po' d'ansia per il fatto di non sapere quali domande mi sarebbero state poste; un po' di paura di non sapere cosa rispondere e quindi finire per aggrapparmi ai luoghi più comuni in assoluto (come poi in parte ho fatto...) per evitare di fare scena muta, ma soprattutto sono stata tenuta sveglia dai ricordi di sei mesi che mi hanno investito con la potenza di uno tsunami.
Nove mesi dopo il mio ritorno ho più o meno imparato a gestire queste ondate di flashback sulla mia esperienza a Kassel, grazie anche ai continui contatti con i miei compagni d'avventura. Ma è importante che io stia sempre all'erta, perché come questo video dimostra, ci sarà sempre qualcosa che spunterà per caso sulla mia strada pronto a risvegliare in me quel sapore agrodolce caratteristico dei bei ricordi.
Come si può notare immediatamente, quel giorno avevo delle occhiaie pazzesche: mi ero rivoltata tra le coperte tutta la notte precedente dall'agitazione. Le cause? Un po' d'ansia per il fatto di non sapere quali domande mi sarebbero state poste; un po' di paura di non sapere cosa rispondere e quindi finire per aggrapparmi ai luoghi più comuni in assoluto (come poi in parte ho fatto...) per evitare di fare scena muta, ma soprattutto sono stata tenuta sveglia dai ricordi di sei mesi che mi hanno investito con la potenza di uno tsunami.
Nove mesi dopo il mio ritorno ho più o meno imparato a gestire queste ondate di flashback sulla mia esperienza a Kassel, grazie anche ai continui contatti con i miei compagni d'avventura. Ma è importante che io stia sempre all'erta, perché come questo video dimostra, ci sarà sempre qualcosa che spunterà per caso sulla mia strada pronto a risvegliare in me quel sapore agrodolce caratteristico dei bei ricordi.
lunedì 12 novembre 2012
Perché proprio Kassel?
"Perché proprio Kassel?". Negli ultimi sei mesi mi son ritrovata spesso a dover rispondere a questa domanda, rivoltami soprattutto da tedeschi che sono stati o vivono in questa città nel nord dell'Assia. Alla domanda seguivano di solito commenti su quanto Kassel non spiccasse per la propria bellezza tra le città tedesche. Nelle guide turistiche è addirittura definita come “crimine architettonico”. “Certo”, rispondevo io di solito, “non si può pretendere troppo da una città che nel 1943 venne distrutta quasi completamente in un bombardamento aereo e ricostruita poi negli anni '50. Ma in questi sei mesi ho imparato ad apprezzare Kassel, che ha fatto da sfondo alla mia esperienza Erasmus”.
Kassel è una città poco più grande di Brescia, sia per estensione che per numero di abitanti: insomma, delle dimensioni perfette per permettere ad uno studente straniero di ambientarcisi in poco tempo. Il centro città è percorribile a piedi in pochi minuti e qualora ci si dovesse recare più lontano è possibile servirsi dei mezzi pubblici, gratuiti per gli studenti universitari. Per quanto il centro città non brilli per bellezza architettonica, basta spostarsi ai suoi confini per lasciarsi sbalordire dalla maestosità dei suoi parchi principali, il Karlsaue, il Fuldaue e il Wilhelmshöhe. Nel XVIII secolo ospitavano le residenze del Langravio Guglielmo IX di Assia-Kassel, successivamente trasformate in musei.
Kassel è però conosciuta soprattutto come la città della documenta, la più importante mostra di arte contemporanea a livello mondiale, della durata di cento giorni, che si tiene ogni cinque anni dal 1955. Io ho avuto la fortuna di trovarmi in città proprio nell'anno in cui si è tenuta la tredicesima edizione di questa mostra e ho potuto quindi osservare come la città si animi in occasione di questo evento. Visitatori da tutto il mondo, eventi speciali e locali temporanei aperti per l'occasione come luoghi di dibattito sui temi proposti dall’edizione corrente della documenta.
Pur non sapendo nulla d'arte moderna ho cercato di avvicinarmi a questa mostra tramite uno dei seminari che ho frequentato, incentrato sull'ambiente culturale dell'Assia e di Kassel in particolare. Ciascuno studente doveva scegliere un artista o un personaggio legato ad un'associazione culturale della regione ed intervistarlo. Consapevole dell'importanza della documenta per la città di Kassel ho deciso di intervistare il presidente del documenta forum, l'associazione che si occupa della promozione e della cura dell’archivio della mostra. Con mia grande soddisfazione l'intervista è stata poi pubblicata sul sito del Literaturbüro Nordhessen, l'associazione culturale per cui lavora il professore che ha tenuto questo seminario.
L'università di Kassel, molto giovane rispetto ad altre università tedesche, è estremamente dinamica e ben organizzata. Il sistema di accoglienza e assistenza agli studenti stranieri è molto efficiente, cosa di fondamentale importanza per favorire il loro inserimento in un ambiente a loro estraneo. Inoltre l'università non accoglie solo studenti europei: sono tantissimi gli studenti che provengono da ogni parte del mondo. Questo mi ha dato l'opportunità di confrontarmi ed entrare contemporaneamente in contatto con moltissime culture diverse dalla mia in un unico ambiente, cosa che non capita spesso. Per una studentessa di lingue come me è stato importantissimo, sia da un punto di vista linguistico che socio-culturale. Ma soprattutto mi ha permesso di stringere amicizia con persone eccezionali.
Quest’anno il programma Erasmus ha compiuto venticinque anni e paradossalmente, a pochi mesi di distanza dai festeggiamenti, il suo futuro appare incerto. Alla luce della mia esperienza mi auguro si riesca a trovare una soluzione per garantirne la sopravvivenza, perché si tratta di un’esperienza di vita unica.
Erasmus a Kassel: l'intervista
Tornata dall'Erasmus sono stata contattata dalla professoressa responsabile dell'Erasmus in Germania, la quale mi ha chiesto di informarla sulla mia esperienza e successivamente ha contattato l'ufficio stampa della mia università per fissare un'intervista con me. Quindi sono stata contattata dalla ragazza che si occupa delle interviste all'interno dell'università e abbiamo fissato l'intervista per metà Ottobre. Oltre a rendermi disponibile per l'intervista mi è stato chiesto di scrivere un articolo che riassumesse la mia esperienza Erasmus e allegare alcune foto che sono poi state inserite nel video dell'intervista. Di seguito pubblico il video e nel post successivo l'articolo che avevo scritto, che non credo sia mai stato pubblicato sul sito dell'università.
giovedì 1 novembre 2012
Heaven knows I'm miserable now
Se c'è una cosa che non sopporto è il non poter essere triste. Quando una persona soffre, sta male e si trova a dover rispondere alla domanda "come stai?" può glissare semplicemente rispondendo "bene", anche se non è vero. Oppure può dire la verità, ovvero esprimere il proprio senso di disagio e spiegare il motivo della propria tristezza. In questo caso, però, è inevitabile che l'altro risponda con ogni formula consolatoria possibile, provocando in chi sta male un senso di colpa per la propria tristezza. E questo per me è inaccettabile.
Quando uno sta male non può semplicemente soffocare i propri sentimenti e andare avanti. Reprimere il malessere non aiuta a guarirlo. C'è bisogno di sfogarlo, liberamente, senza giudizi né frasi di circostanza che dovrebbero portare conforto. Il semplice ascoltare e una presenza silenziosa possono aiutare più di qualsiasi altra cosa. Capisco perfettamente che chiunque davanti alla frase "sto male" cerchi di combattere affannosamente l'imbarazzo creato da queste parole con frasi fatte che dovrebbero fungere da antidoto. Ma queste non fanno altro che infastidire l'altra persona, che se le è sentite ripetere già migliaia di volte e che quando si sarà stancata di sentirle rinuncerà a dar voce al proprio malessere. Se ne starà zitta, ogni volta sempre più a lungo, per tentare di digerire quel boccone amaro che ogni volta diventa più grande e faticoso da deglutire.
A volte vorrei tanto riuscire ad essere come una canzone degli Smiths o dei Cure: in esse la tragicità del testo, una trama di pensieri cupi, malinconici, totalmente privi di speranza, è perfettamente controbilanciata dalla musica, allegra, briosa, che invoglia a ballare. In esse un pensiero profondamente negativo, un pensiero che tipicamente appartiene ad una persona depressa o triste, viene veicolato attraverso delle note che lo svuotano apparentemente di qualsiasi tono grave e drammatico, rendendo il messaggio più digeribile e meno imbarazzante per l'ascoltatore. Ma per ora non sono ancora riuscita a pronunciare le parole "Heaven knows I'm miserable now" con la stessa nonchalance con cui lo fa Morrisey. Perciò me ne sto zitta.
Quando uno sta male non può semplicemente soffocare i propri sentimenti e andare avanti. Reprimere il malessere non aiuta a guarirlo. C'è bisogno di sfogarlo, liberamente, senza giudizi né frasi di circostanza che dovrebbero portare conforto. Il semplice ascoltare e una presenza silenziosa possono aiutare più di qualsiasi altra cosa. Capisco perfettamente che chiunque davanti alla frase "sto male" cerchi di combattere affannosamente l'imbarazzo creato da queste parole con frasi fatte che dovrebbero fungere da antidoto. Ma queste non fanno altro che infastidire l'altra persona, che se le è sentite ripetere già migliaia di volte e che quando si sarà stancata di sentirle rinuncerà a dar voce al proprio malessere. Se ne starà zitta, ogni volta sempre più a lungo, per tentare di digerire quel boccone amaro che ogni volta diventa più grande e faticoso da deglutire.
A volte vorrei tanto riuscire ad essere come una canzone degli Smiths o dei Cure: in esse la tragicità del testo, una trama di pensieri cupi, malinconici, totalmente privi di speranza, è perfettamente controbilanciata dalla musica, allegra, briosa, che invoglia a ballare. In esse un pensiero profondamente negativo, un pensiero che tipicamente appartiene ad una persona depressa o triste, viene veicolato attraverso delle note che lo svuotano apparentemente di qualsiasi tono grave e drammatico, rendendo il messaggio più digeribile e meno imbarazzante per l'ascoltatore. Ma per ora non sono ancora riuscita a pronunciare le parole "Heaven knows I'm miserable now" con la stessa nonchalance con cui lo fa Morrisey. Perciò me ne sto zitta.
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martedì 31 luglio 2012
Cause I'm leaving on a jet plane...
Il mobiletto bianco su cui Marta teneva i suoi accessori giace abbandonato tra l'erba del giardinetto dietro casa sua. Le scarpe vecchie di Ryan spuntano dal cestino del bagno dove le ha gettate prima di partire. La scatola di fagioli che Billy ci ha portato perché gli avanzava è nel mobile della cucina. Mi guardo in giro e trovo oggetti appartenuti a persone che fino a poco tempo fa erano qui con me, abitavano nella stessa città, vicino o lontano, ma comunque qua, facilmente raggiungibili.
Ora se ne sono andate. Una alla volta. E ogni volta ho pianto, o quasi...
Ho ancora bisogno di un po' di tempo per realizzarlo e scontrarmi casualmente con oggetti che me li ricordano non aiuta per niente. Abbiamo convissuto solo per pochi mesi, ma questo poco tempo è bastato per creare un forte legame tra di noi.
Vedo le scarpe di Ryan e mi vengono in mente le passeggiate con lui sorseggiando bubble tea, le cene a base di kebab, il tutto farcito dagli ultimi gossip su cui lui era sempre aggiornato. E naturalmente il suo penultimo giorno, in cui ho dovuto aiutarlo a fare le valigie perché era talmente confuso e in preda al panico da partenza che si rigirava nella sua stanza tra valigie, libri, souvenir e vestiti senza combinare niente.
Vedo la scatola di fagioli di Billy e mi viene in mente lui che dorme sul nostro divano, il suo sarcasmo graffiante, la sua voce cristallina mentre canta e ovviamente lui con birra e sigarette in mano (anche se non so quanto gli faccia piacere essere ricordato per questo).
Vedo il mobiletto di Marta e penso alla sua solarità, all'affettuosità contagiosa, alla sua incredibile capacità di esprimere senza timori ciò che le passa per la testa, ai suoi crucci emotivi, ai momenti in cui l'ho aiutata in veste di traduttrice per le questioni legate al suo appartamento e a quando l'ho accompagnata in ospedale per farsi sistemare il naso rotto, a lei che gira per le feste raccogliendo bottiglie per incassare il Pfand, alle fotografie ovunque e per qualsiasi motivo.
In sottofondo a tutto ciò risuonano le voci di tante persone che in questo periodo mi han detto "tutto finisce prima o poi". Certo è vero, ma per me è ancora difficile accettarlo. In ogni caso affondo l'amarezza del distacco nella gioia generata dai ricordi dei momenti trascorsi con queste persone. Sono stati attimi importanti e sono certa che sono soltanto l'inizio di un'ottima amicizia. Non ho certo intenzione di lasciare che la distanza logori il rapporto tra di noi. E' finita questa fase della nostra vita, ma non si tratta di una fine definitiva. Non lo è affatto.
Ora se ne sono andate. Una alla volta. E ogni volta ho pianto, o quasi...
Ho ancora bisogno di un po' di tempo per realizzarlo e scontrarmi casualmente con oggetti che me li ricordano non aiuta per niente. Abbiamo convissuto solo per pochi mesi, ma questo poco tempo è bastato per creare un forte legame tra di noi.
Vedo le scarpe di Ryan e mi vengono in mente le passeggiate con lui sorseggiando bubble tea, le cene a base di kebab, il tutto farcito dagli ultimi gossip su cui lui era sempre aggiornato. E naturalmente il suo penultimo giorno, in cui ho dovuto aiutarlo a fare le valigie perché era talmente confuso e in preda al panico da partenza che si rigirava nella sua stanza tra valigie, libri, souvenir e vestiti senza combinare niente.
Vedo la scatola di fagioli di Billy e mi viene in mente lui che dorme sul nostro divano, il suo sarcasmo graffiante, la sua voce cristallina mentre canta e ovviamente lui con birra e sigarette in mano (anche se non so quanto gli faccia piacere essere ricordato per questo).
Vedo il mobiletto di Marta e penso alla sua solarità, all'affettuosità contagiosa, alla sua incredibile capacità di esprimere senza timori ciò che le passa per la testa, ai suoi crucci emotivi, ai momenti in cui l'ho aiutata in veste di traduttrice per le questioni legate al suo appartamento e a quando l'ho accompagnata in ospedale per farsi sistemare il naso rotto, a lei che gira per le feste raccogliendo bottiglie per incassare il Pfand, alle fotografie ovunque e per qualsiasi motivo.
In sottofondo a tutto ciò risuonano le voci di tante persone che in questo periodo mi han detto "tutto finisce prima o poi". Certo è vero, ma per me è ancora difficile accettarlo. In ogni caso affondo l'amarezza del distacco nella gioia generata dai ricordi dei momenti trascorsi con queste persone. Sono stati attimi importanti e sono certa che sono soltanto l'inizio di un'ottima amicizia. Non ho certo intenzione di lasciare che la distanza logori il rapporto tra di noi. E' finita questa fase della nostra vita, ma non si tratta di una fine definitiva. Non lo è affatto.
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Ubicazione:
Kassel, Germania
domenica 20 maggio 2012
Born in the U.S.A.
Sto imparando una delle canzoni patriottiche americane "You're a Grand Old Flag"... E' un po' di giorni che questa canzone rieccheggia nell'aria, da quando Ryan l'ha cantata sulla via del ritorno dall'ennesimo party universitario. Attraversare la città a piedi alle cinque di mattina con due americani, Ryan e Chelsey, che snocciolano inni nazionali americani uno dietro l'altro è parecchio divertente. In particolare, stare molto a contatto con Ryan mi permette di conoscere la cultura americana con gli occhi di una persona che vi appartiene. Per questo motivo la cosa diventa molto interessante.
Ryan passa molto rapidamente da eventi storici a serie tv, dalla politica ai gossip sulle celebrità, cosa che mi garantisce una formazione a tutto tondo. Devo dire che in un certo senso il fatto che lui si vergogni un po' del patriottismo americano, dell'importanza che certi americani si diano, mi sorprende e mi fa in un certo senso sorridere. Ryan è estremamente disponibile nel parlare del suo paese, ma spesso conclude i suoi discorsi con "spero tu non mi giudichi male per ciò che ti ho appena raccontato". Teme davvero che io possa fare di tutta l'erba un fascio e bollarlo come cafone ignorante ed egocentrico, che ignora le culture diverse dalla sua e non si sforza di imparare una lingua straniera perché tanto la sua lingua madre è l'inglese. La stessa cosa vale anche per l'altro mio coinquilino, Kyle: entrambi cercano di non sbandierare troppo il fatto di provenire dagli Stati Uniti, come se rischiassero di essere linciati da un momento all'altro.
In ogni caso non corrono alcun pericolo, anzi sono perfettamente integrati nel gruppo degli Europei. Venerdì, ad esempio, mi è capitato di passare la serata in compagnia di un paio di americani, Jenny e Kyle, e altri studenti erasmus giocando ad un drinking game statunitense, chiamato "The Circle of Death". Il gioco è alquanto articolato: si usa un mazzo di carte da poker e ogni carta ha un valore. Le carte si mescolano, rigorosamente nello stile dei croupies: il mazzo si divide a metà e si stringe ciascuna metà in una mano. Poi le due estermità dei mazzi si avvicinano e facendo forza sui bordi si fanno scorrere le carte una per una in modo tale che le carte di una metà si incastrino con le altre. Quindi, una volta incrociati i due mazzetti, si piegano le carte a formare un arco e si fa pressione sulle carte in modo che queste scivolino una sopra l'altra. Davvero affascinante. Vorrei esserne capace anch'io. A quanto pare in America le carte si mescolano solo così.
Tornando al gioco, una volta mescolate le carte si spargono sul tavolo a formare un cerchio. Quindi ognuno a turno gira una carta e la poggia al centro del cerchio. Ad ogni carta corrisponde una determinata azione che porterà una o più persone a bere. E' incredibile come, pure da ubriachi, si riesca a ricordare ciò che si deve fare ogni volta. La difficoltà aumenta quando si pesca il nove "nine = rhyme": ciò significa che chi pesca il nove deve scegliere una parola e gli altri devono trovare una parola che rimi con questa. Ma dato che l'inglese non è la lingua madre di tutti (attorno al tavolo ci sono americani, tedeschi, italiani e spagnoli) alterniamo all'inglese lo spagnolo e il tedesco. Insomma, un macello. Ma anche questo è un buon modo per conoscere un'altra cultura. E nella mia mente rieccheggia ancora il motivetto You're a grand old flag, you're a high flying flag ta ta ta ta ta ta ta ta taaaaaaaaaa.... (ah in tedesco esiste un termine che è perfetto per indicare una canzone che ti rimane in testa e questo termine è "Ohrwurm", una cosa del tipo "verme dell'orecchio).
Ryan passa molto rapidamente da eventi storici a serie tv, dalla politica ai gossip sulle celebrità, cosa che mi garantisce una formazione a tutto tondo. Devo dire che in un certo senso il fatto che lui si vergogni un po' del patriottismo americano, dell'importanza che certi americani si diano, mi sorprende e mi fa in un certo senso sorridere. Ryan è estremamente disponibile nel parlare del suo paese, ma spesso conclude i suoi discorsi con "spero tu non mi giudichi male per ciò che ti ho appena raccontato". Teme davvero che io possa fare di tutta l'erba un fascio e bollarlo come cafone ignorante ed egocentrico, che ignora le culture diverse dalla sua e non si sforza di imparare una lingua straniera perché tanto la sua lingua madre è l'inglese. La stessa cosa vale anche per l'altro mio coinquilino, Kyle: entrambi cercano di non sbandierare troppo il fatto di provenire dagli Stati Uniti, come se rischiassero di essere linciati da un momento all'altro.
In ogni caso non corrono alcun pericolo, anzi sono perfettamente integrati nel gruppo degli Europei. Venerdì, ad esempio, mi è capitato di passare la serata in compagnia di un paio di americani, Jenny e Kyle, e altri studenti erasmus giocando ad un drinking game statunitense, chiamato "The Circle of Death". Il gioco è alquanto articolato: si usa un mazzo di carte da poker e ogni carta ha un valore. Le carte si mescolano, rigorosamente nello stile dei croupies: il mazzo si divide a metà e si stringe ciascuna metà in una mano. Poi le due estermità dei mazzi si avvicinano e facendo forza sui bordi si fanno scorrere le carte una per una in modo tale che le carte di una metà si incastrino con le altre. Quindi, una volta incrociati i due mazzetti, si piegano le carte a formare un arco e si fa pressione sulle carte in modo che queste scivolino una sopra l'altra. Davvero affascinante. Vorrei esserne capace anch'io. A quanto pare in America le carte si mescolano solo così.
Tornando al gioco, una volta mescolate le carte si spargono sul tavolo a formare un cerchio. Quindi ognuno a turno gira una carta e la poggia al centro del cerchio. Ad ogni carta corrisponde una determinata azione che porterà una o più persone a bere. E' incredibile come, pure da ubriachi, si riesca a ricordare ciò che si deve fare ogni volta. La difficoltà aumenta quando si pesca il nove "nine = rhyme": ciò significa che chi pesca il nove deve scegliere una parola e gli altri devono trovare una parola che rimi con questa. Ma dato che l'inglese non è la lingua madre di tutti (attorno al tavolo ci sono americani, tedeschi, italiani e spagnoli) alterniamo all'inglese lo spagnolo e il tedesco. Insomma, un macello. Ma anche questo è un buon modo per conoscere un'altra cultura. E nella mia mente rieccheggia ancora il motivetto You're a grand old flag, you're a high flying flag ta ta ta ta ta ta ta ta taaaaaaaaaa.... (ah in tedesco esiste un termine che è perfetto per indicare una canzone che ti rimane in testa e questo termine è "Ohrwurm", una cosa del tipo "verme dell'orecchio).
mercoledì 9 maggio 2012
Una serie di sfortunati eventi
La vita in Erasmus non è solo cadenzata da feste e divertimento. Essa può anche essere segnata da eventi poco piacevoli, che tuttavia la arricchiscono di un certo carattere avventuroso alquanto affascinante. In precedenza ho raccontato dei ragazzi italiani alle prese con la ricerca disperata di un appartamento durata per più di un mese. Ebbene, tre di loro, Marta, Lorenzo e Thibault, hanno trovato una sistemazione e solo una ragazza, Roberta, è tornata in Italia. La sventura, tuttavia, non ha abbandonato due di questi tre ragazzi che sono rimasti.
Tanto per cominciare, la settimana si è aperta con il trasferimento di Marta nel suo nuovo appartamento. Io ho potuto seguire la vicenda da vicino, dal momento che l'ho aiutata a decifrare il contratto d'affitto, le ho dato una mano nella corrispondenza con il proprietario e l'ho accompagnata a firmare il contratto. Il giorno della firma del contratto ho avuto modo di visitare il suo appartamento e in particolar modo di vedere la sua camera. Un bell'appartamento, grazioso, moderno e pulito. Sì, forse la maniglia della porta della camera di Marta sembrava avere qualcosa che non andava, ma svolgeva ancora la sua funzione. Inoltre la coinquilina si era offerta di darle un'occhiata.
Il giorno successivo alla firma del contratto Marta si è trasferita nel nuovo appartamento e la sventura non ha tardato a bussare alla sua porta. Mercoledì mattina mi connetto a Facebook e lei mi contatta via chat dicendomi che è rimasta chiusa in camera. Le chiedo come sia possibile e quindi mi spiega come abbia semplicemente chiuso la porta per potersi cambiare dopo la doccia. Il problema è che la maniglia si era lasciata andare del tutto e quindi non faceva più leva per ritrarre il catenaccio e di conseguenza la porta era bloccata. Dopo averle consigliato di contattare il proprietario dell'appartamento mi offro di andare da lei per vedere se sia possibile risolvere il problema.
Arrivata sotto casa sua mi faccio lanciare le chiavi dalla finestra e salgo, ma ben presto ci rendiamo conto che l'unica soluzione consiste nel contattare un fabbro. Marta contatta quindi un'altra volta il proprietario e gli chiede di mandare un fabbro. Nell'attesa io e lei chiacchieriamo da una parte all'altra della porta, manco fossimo al "Gioco delle coppie" e ogni tanto ci affacciamo alla finestra per vedere se arrivano gli aiuti. Dopo circa un'ora si presenta alla porta un uomo sulla trentina, in pantaloni blu e t-shirt di cotone bianco con in mano un secchio con dentro qualche attrezzo. Gli spiego la situazione e lui fa un breve tentativo di aprire la porta, ma realizza subito di non avere gli strumenti necessari per risolvere il problema. Dopo aver aggiunto che una situazione del genere non gli era mai capitata decide di contattare un collega che sicuramente ha con se gli strumenti magici.
L'ometto chiama quindi il collega e ci comunica che dovremo attendere circa mezz'ora per l'arrivo del S. Pietro della situazione. Dopo qualche breve scambio di battute tra me e il fabbro, questi, sopraffatto dai silenzi imbarazzanti che non riusciamo a riempire, decide di scendere in auto ad attendere il collega. Quaranta minuti dopo sento i passi e le voci di due uomini salire per le scale. "Ecco il salvatore!" penso, e lo osservo estrarre dalla cassetta dei ferri una semplice piastra metallica rettangolare con i bordi piegati che fa scivolare lungo il bordo della porta che magicamente si apre, mostrando alla nostra vista il sorriso di Marta, che attendeva in piedi al centro della stanza.
Ovviamente io mi trovo lì in funzione di interprete e come traduco a Marta ciò che mi dice il secondo fabbro, questo mi sente parlare in italiano e dice "ah, ma siete italiane! La mia ex-moglie, quella merda, è italiana. Le donne italiane non mi piacciono per niente". Ovviamente le sue parole sono ironiche, ma comunque aggiungono una nota tragicomica all'intera vicenda, che cerchiamo di demonizzare con una sonora risata, pensando che la sfiga, per il momento, ne ha già avuto abbastanza.
Così invece non è, dato che domenica mattina vengo a sapere sempre da Marta che la sera precedente Thibault, all'uscita del Lax, la famigerata discoteca di cui ho già parlato, è stato preso a pugni senza motivo da un ubriaco. Questa la dinamica dell'evento: Marta, Elise (una studentessa Erasmus francese), Lorenzo e Thibault escono dalla discoteca. Le due ragazze camminano fianco a fianco qualche passo avanti ai ragazzi. Loro sono le prime ad incontrare questo russo muscoloso totalmente ubriaco. Giustamente decidono di farsi da parte per lasciarlo passare. Purtroppo Thibault si trova sullo stesso cammino dell'energumeno, ma non lo nota dal momento che sta chiacchierando spensierato con Lorenzo.
Il russo, trovatosi il passaggio sbarrato, pensa dunque di farsi strada con un gancio che colpisce Thibault sul labbro inferiore e lo fa cadere a terra. Lorenzo, totalmente sorpreso, non si rende conto di ciò che è successo. Guarda con sguardo confuso l'amico caduto a terra e solo in un secondo momento nota che un turco è intervenuto a bloccare il russo, che riesce a divincolarsi e si allontana come niente fosse successo. Chiamare la polizia si rivela inutile. Nessuno si presenta e i ragazzi decidono di tornare a casa.
La settimana si conclude con un classico incidente domestico ad opera della mia coinquilina turca, che ormai è diventata un personaggio per tutti qui. Ora di cena nell'appartamento al secondo piano del Party Palace. Terminata la cena mi reco in cucina e metto sui fonelli la moka per il caffè. Noto che c'è una pentola su una delle piastre in funzione. La pentola è quasi vuota, ma sono sicura che chiunque l'abbia messa lì la stia tenendo sotto controllo. Dopo circa cinque minuti apro la porta della camera per andare in cucina a prendere il mio caffè e non vedo più niente. Una nuvola di fumo riempie corridoio, salotto e cucina. Mi fiondo tossendo verso i fornelli, tolgo la pentola dalla piastra mentre urlo a squarciagola ed inizio ad aprire le finestre.
Quindi mi reco davanti alla porta di Tuba, la coinquilina turca, e l'avviso del casino che è successo. Al che lei si fionda in cucina con i suoi amici ridendo, spalanca la porta e poi mi si avvicina per ringraziarmi. Il "Thank you so much" è seguito poi da un numero indefinito di frasi in turco che ovviamente non comprendo, ma che a quanto pare lei pensa io riesca a decifrare. Io sorrido e annuisco e poi, ridendo istericamente, contatto via chat gli altri coinquilini per metterli al corrente di ciò che è successo, anche se ormai dalla puzza di fumo hanno compreso che qualcosa non andava. Tutto è bene ciò che finisce bene, ma come direbbe Giovanni del famoso trio comico nei panni del signor Rezzonico "potevo rimanere offeso di brutto, ma brutto brutto brutto".
Tanto per cominciare, la settimana si è aperta con il trasferimento di Marta nel suo nuovo appartamento. Io ho potuto seguire la vicenda da vicino, dal momento che l'ho aiutata a decifrare il contratto d'affitto, le ho dato una mano nella corrispondenza con il proprietario e l'ho accompagnata a firmare il contratto. Il giorno della firma del contratto ho avuto modo di visitare il suo appartamento e in particolar modo di vedere la sua camera. Un bell'appartamento, grazioso, moderno e pulito. Sì, forse la maniglia della porta della camera di Marta sembrava avere qualcosa che non andava, ma svolgeva ancora la sua funzione. Inoltre la coinquilina si era offerta di darle un'occhiata.
Il giorno successivo alla firma del contratto Marta si è trasferita nel nuovo appartamento e la sventura non ha tardato a bussare alla sua porta. Mercoledì mattina mi connetto a Facebook e lei mi contatta via chat dicendomi che è rimasta chiusa in camera. Le chiedo come sia possibile e quindi mi spiega come abbia semplicemente chiuso la porta per potersi cambiare dopo la doccia. Il problema è che la maniglia si era lasciata andare del tutto e quindi non faceva più leva per ritrarre il catenaccio e di conseguenza la porta era bloccata. Dopo averle consigliato di contattare il proprietario dell'appartamento mi offro di andare da lei per vedere se sia possibile risolvere il problema.
Arrivata sotto casa sua mi faccio lanciare le chiavi dalla finestra e salgo, ma ben presto ci rendiamo conto che l'unica soluzione consiste nel contattare un fabbro. Marta contatta quindi un'altra volta il proprietario e gli chiede di mandare un fabbro. Nell'attesa io e lei chiacchieriamo da una parte all'altra della porta, manco fossimo al "Gioco delle coppie" e ogni tanto ci affacciamo alla finestra per vedere se arrivano gli aiuti. Dopo circa un'ora si presenta alla porta un uomo sulla trentina, in pantaloni blu e t-shirt di cotone bianco con in mano un secchio con dentro qualche attrezzo. Gli spiego la situazione e lui fa un breve tentativo di aprire la porta, ma realizza subito di non avere gli strumenti necessari per risolvere il problema. Dopo aver aggiunto che una situazione del genere non gli era mai capitata decide di contattare un collega che sicuramente ha con se gli strumenti magici.
L'ometto chiama quindi il collega e ci comunica che dovremo attendere circa mezz'ora per l'arrivo del S. Pietro della situazione. Dopo qualche breve scambio di battute tra me e il fabbro, questi, sopraffatto dai silenzi imbarazzanti che non riusciamo a riempire, decide di scendere in auto ad attendere il collega. Quaranta minuti dopo sento i passi e le voci di due uomini salire per le scale. "Ecco il salvatore!" penso, e lo osservo estrarre dalla cassetta dei ferri una semplice piastra metallica rettangolare con i bordi piegati che fa scivolare lungo il bordo della porta che magicamente si apre, mostrando alla nostra vista il sorriso di Marta, che attendeva in piedi al centro della stanza.
Ovviamente io mi trovo lì in funzione di interprete e come traduco a Marta ciò che mi dice il secondo fabbro, questo mi sente parlare in italiano e dice "ah, ma siete italiane! La mia ex-moglie, quella merda, è italiana. Le donne italiane non mi piacciono per niente". Ovviamente le sue parole sono ironiche, ma comunque aggiungono una nota tragicomica all'intera vicenda, che cerchiamo di demonizzare con una sonora risata, pensando che la sfiga, per il momento, ne ha già avuto abbastanza.
Così invece non è, dato che domenica mattina vengo a sapere sempre da Marta che la sera precedente Thibault, all'uscita del Lax, la famigerata discoteca di cui ho già parlato, è stato preso a pugni senza motivo da un ubriaco. Questa la dinamica dell'evento: Marta, Elise (una studentessa Erasmus francese), Lorenzo e Thibault escono dalla discoteca. Le due ragazze camminano fianco a fianco qualche passo avanti ai ragazzi. Loro sono le prime ad incontrare questo russo muscoloso totalmente ubriaco. Giustamente decidono di farsi da parte per lasciarlo passare. Purtroppo Thibault si trova sullo stesso cammino dell'energumeno, ma non lo nota dal momento che sta chiacchierando spensierato con Lorenzo.
Il russo, trovatosi il passaggio sbarrato, pensa dunque di farsi strada con un gancio che colpisce Thibault sul labbro inferiore e lo fa cadere a terra. Lorenzo, totalmente sorpreso, non si rende conto di ciò che è successo. Guarda con sguardo confuso l'amico caduto a terra e solo in un secondo momento nota che un turco è intervenuto a bloccare il russo, che riesce a divincolarsi e si allontana come niente fosse successo. Chiamare la polizia si rivela inutile. Nessuno si presenta e i ragazzi decidono di tornare a casa.
La settimana si conclude con un classico incidente domestico ad opera della mia coinquilina turca, che ormai è diventata un personaggio per tutti qui. Ora di cena nell'appartamento al secondo piano del Party Palace. Terminata la cena mi reco in cucina e metto sui fonelli la moka per il caffè. Noto che c'è una pentola su una delle piastre in funzione. La pentola è quasi vuota, ma sono sicura che chiunque l'abbia messa lì la stia tenendo sotto controllo. Dopo circa cinque minuti apro la porta della camera per andare in cucina a prendere il mio caffè e non vedo più niente. Una nuvola di fumo riempie corridoio, salotto e cucina. Mi fiondo tossendo verso i fornelli, tolgo la pentola dalla piastra mentre urlo a squarciagola ed inizio ad aprire le finestre.
Quindi mi reco davanti alla porta di Tuba, la coinquilina turca, e l'avviso del casino che è successo. Al che lei si fionda in cucina con i suoi amici ridendo, spalanca la porta e poi mi si avvicina per ringraziarmi. Il "Thank you so much" è seguito poi da un numero indefinito di frasi in turco che ovviamente non comprendo, ma che a quanto pare lei pensa io riesca a decifrare. Io sorrido e annuisco e poi, ridendo istericamente, contatto via chat gli altri coinquilini per metterli al corrente di ciò che è successo, anche se ormai dalla puzza di fumo hanno compreso che qualcosa non andava. Tutto è bene ciò che finisce bene, ma come direbbe Giovanni del famoso trio comico nei panni del signor Rezzonico "potevo rimanere offeso di brutto, ma brutto brutto brutto".
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Kassel, Germania
giovedì 3 maggio 2012
You gotta fight for your right to party
Una delle cose che ci si aspetta di trovare nel decalogo dello studente Erasmus è: festeggiare. Mai lasciarsi scappare una festa. Festeggiare, sempre, comunque e dovunque. In effetti da quando sono qui ho potuto notare come i miei colleghi si sforzino di rispettare al massimo questo comandamento. Ovviamente ho cercato di unirmi a loro facendo del mio meglio e così ho iniziato un po' ad esplorare la vita notturna di Kassel. Lo studente Erasmus, qui, predilige innanzitutto organizzare party-pre-party per raggiungere il livello di ebbrezza adatto a rendere la serata indimenticabile con il minore dispendio di denaro possibile. Ognuno si porta le proprie bottiglie di alcool e si ubriaca allegramente mentre si intrattiene con gli altri. Il tutto dura finché qualcuno non decide di salire su una sedia ed annunciare a gran voce, come il capitano di una ciurma, di spostarsi alla festa vera e propria.
La festa vera e propria solitamente si svolge in una discoteca non troppo popolare, che tendenzialmente organizza serate per gli studenti. Il mercoledì sera è dedicato al famigerato K19, che ho già nominato in precedenza. L'entrata costa due euro, a meno che non si abbia il coraggio di presentarsi con il segno contraffatto di un timbro sul polso o sulla mano, segno che testimonia il pagamento dell'entrata. I veterani Erasmus sono entrati gratis per mesi al K19, semplicemente scarabocchiandosi le mani con penne e pennarelli neri o trasferendo il timbro da una persona alle altre. Settimana scorsa sono stati scoperti e quindi probabilmente per un po' righeranno diritto.
Al K19 si va ubriachi per essere in grado di sopportare la musica proposta da un sedicente DJ che probabilmente in vita sua ha creato una sola playlist al pc e la riproduce mercoledì dopo mercoledì. Tuttavia questo non è affatto un problema per la maggioranza dei clienti del locale, che si dichiarano alquanto soddisfatti delle serate qui trascorse. Il K19 è il luogo dove tutto può succedere, dove è successo di tutto e dove si può dare sfogo senza problemi a qualsiasi pensiero bizzarro possa balenare nella mente. Ciò che succede al K19 resta al K19.
Questo motto a quanto pare non vale soltanto per gli studenti Erasmus: un paio di sabati fa mi trovavo qui per un concerto ed ho potuto assistere ad una scena decisamente epica. Uno dei fan della band, totalmente in preda ai fumi dell'alcool, ha ben pensato di denudarsi completamente e ballare per la durata di un'intera canzone con i pantaloni calati. D'altro canto, doveva pur trovare il modo di mostrare al mondo il tatuaggio sulla chiappa sinistra...
Altra tappa notturna alquanto trash è la discoteca Lax, soprannominata dagli spagnoli "Casa de Putas", per l'abbigliamento caratteristico della maggioranza delle frequentatrici del locale. Gli ambienti del locale sono molto eleganti e raffinati, ma questo purtroppo non aiuta ad attrarre la clientela. Nessuno ha mai visto il Lax pieno di gente e tutti si chiedono come il locale stia a galla. Forse grazie alle promozioni sugli alcolici. Qui ho scoperto un cocktail alquanto interessante, Red Bull e Jägermeister: una combinazione da provare.
Per chi predilige posti più alternativi c'è poi il Cuba, dove però non sono ancora stata. O meglio, ci sono stata per due minuti, alle quattro di notte di un sabato sera passato a tentare di entrare senza successo nelle discoteche fighette di Kassel. Il Cuba si è prospettato come l'ultima spiaggia, ma quando siamo arrivati davanti all'entrata abbiamo notato che la postazione della cassa e del guardaroba erano vuote e una volta scesi per una rampa di scale che porta alla sala principale abbiamo notato che questa era vuota, fatta eccezione per i baristi ed una coppia che si sbaciucchiava sui divanetti.
Alquanto popolari sono invece alcuni piccoli pub quali il Lolita, il Mutter e l'Irish Pub. Si tratta di locali piccoli ma senza pretese, dove si può ascoltare buona musica, ballare, ma anche semplicemente stare seduti ad un tavolo a chiacchierare. Il Mutter è dotato anche di una saletta per il calcio balilla, dove veri professionisti del gioco passano ore ad allenarsi e a sfidare i malcapitati principianti che osano addentrarsi nel loro regno. Cosa che mi è capitata la prima volta che ci sono stata. E' stata una partita talmente veloce che non mi sono nemmeno accorta di essere arrivata alla fine. Ma la colpa è tutta di questo ragazzo tedesco, Moritz, che ha trascinato me e un'altro paio di Erasmus in questo posto.
Moritz ha attaccato bottone con Irene, una spagnola amante di aikido e della musica metal, mentre si trovava con me e Zehra, una ragazza lituana, al K19, la sera del famoso spogliarello del punk multitatuato. Quindi le ha proposto di seguirlo al Mutter. Così abbiam deciso di affidarci alla sua guida e il ragazzo si è rivelato estremamente galante: ci ha pagato l'entrata e anche un paio di giri di Mexikaner, uno shot molto simile al Bloody Mary. Oltretutto ci ha presentato alla sua compagnia di amici e così ho avuto modo di fare conversazione per un paio di ore con qualche tedesco. Ah, al Mutter può capitare di trovare persone addormentate sui divanetti e perfino per terra. Ma basta scavalcarli o seppellirli sotto montagne di giubbini e il problema è risolto, se proprio risultano fastidiosamente fuori luogo.
Non dimentichiamo infine le feste universitarie organizzate principalmente nella facoltà di ingegneria. Si tratta di feste di apertura e chiusura del semestre, festa per il primo Maggio e simili. I corridoi, gli atrii, la mensa e l'aula magna della facoltà si trasformano per una notte in sale da discoteca e bar. Questo tipo di eventi sono talmente attesi che i biglietti vengono venduti in anticipo a partire dalla settimana precedente e fanno il tutto esaurito. La cosa si traduce in un fiume di gente in coda ai cancelli la sera della festa e sale stracolme di persone. Temperature infernali e lunghe code ai banconi del bar. Questi sono alcuni dei motivi per cui il party di apertura del semestre non mi ha fatto impazzire.
In compenso, a parità di condizioni, al party del primo maggio mi sono divertita molto. Forse perché all'inizio mi son ritrovata a seguire Ryan tra la folla al grido "Let's not be puttanas, let's go!". O forse perché ad un certo punto Ryan ha iniziato a spingere me e Chris, il tutor per gli studenti stranieri, tra la folla gridando "Those bitches have to fall down. Don't be afraid of pushing them." O magari perché Gordon, un amico di Chris, è riuscito più volte a farsi fare sconti sul bere da una barista che conosce, sulla quale evidentemente riesce ad esercitare un certo fascino.
Probabilmente anche la pazzia degli Erasmus panamense e argentino hanno contribuito a farmi divertire. Così come l'essermi fatta offrire da bere da un tipo che a quanto pare era interessato a Marta, una delle veterane Erasmus, con la scusa che lei era ubriaca e io le facevo da badante. Così ci siamo guadagnate una birra ciascuna e poi siamo fuggite tra la folla piantando in asso il tipo, che iniziava ad arrabbiarsi perché Marta, dopo essersi fatta offrire da bere, ha ben deciso di ignorarlo non rivolgendogli la parola. Infine non posso tralasciare l'ultima parte della serata, trascorsa a conversare in tedesco con gli amici del nuovo coinquilino di Marta, dove mi è stato detto che parlo tedesco con un accento austriaco. Mi chiedo quale nazionalità mi verrà attribuita dai prossimi tedeschi che cadranno sotto le mie grinfie al prossimo evento sociale. Ebbene sì, perché io devo esercitarmi e nessun tedesco verrà risparmiato. Muahahahahahah
La festa vera e propria solitamente si svolge in una discoteca non troppo popolare, che tendenzialmente organizza serate per gli studenti. Il mercoledì sera è dedicato al famigerato K19, che ho già nominato in precedenza. L'entrata costa due euro, a meno che non si abbia il coraggio di presentarsi con il segno contraffatto di un timbro sul polso o sulla mano, segno che testimonia il pagamento dell'entrata. I veterani Erasmus sono entrati gratis per mesi al K19, semplicemente scarabocchiandosi le mani con penne e pennarelli neri o trasferendo il timbro da una persona alle altre. Settimana scorsa sono stati scoperti e quindi probabilmente per un po' righeranno diritto.
Al K19 si va ubriachi per essere in grado di sopportare la musica proposta da un sedicente DJ che probabilmente in vita sua ha creato una sola playlist al pc e la riproduce mercoledì dopo mercoledì. Tuttavia questo non è affatto un problema per la maggioranza dei clienti del locale, che si dichiarano alquanto soddisfatti delle serate qui trascorse. Il K19 è il luogo dove tutto può succedere, dove è successo di tutto e dove si può dare sfogo senza problemi a qualsiasi pensiero bizzarro possa balenare nella mente. Ciò che succede al K19 resta al K19.
Questo motto a quanto pare non vale soltanto per gli studenti Erasmus: un paio di sabati fa mi trovavo qui per un concerto ed ho potuto assistere ad una scena decisamente epica. Uno dei fan della band, totalmente in preda ai fumi dell'alcool, ha ben pensato di denudarsi completamente e ballare per la durata di un'intera canzone con i pantaloni calati. D'altro canto, doveva pur trovare il modo di mostrare al mondo il tatuaggio sulla chiappa sinistra...
Altra tappa notturna alquanto trash è la discoteca Lax, soprannominata dagli spagnoli "Casa de Putas", per l'abbigliamento caratteristico della maggioranza delle frequentatrici del locale. Gli ambienti del locale sono molto eleganti e raffinati, ma questo purtroppo non aiuta ad attrarre la clientela. Nessuno ha mai visto il Lax pieno di gente e tutti si chiedono come il locale stia a galla. Forse grazie alle promozioni sugli alcolici. Qui ho scoperto un cocktail alquanto interessante, Red Bull e Jägermeister: una combinazione da provare.
Per chi predilige posti più alternativi c'è poi il Cuba, dove però non sono ancora stata. O meglio, ci sono stata per due minuti, alle quattro di notte di un sabato sera passato a tentare di entrare senza successo nelle discoteche fighette di Kassel. Il Cuba si è prospettato come l'ultima spiaggia, ma quando siamo arrivati davanti all'entrata abbiamo notato che la postazione della cassa e del guardaroba erano vuote e una volta scesi per una rampa di scale che porta alla sala principale abbiamo notato che questa era vuota, fatta eccezione per i baristi ed una coppia che si sbaciucchiava sui divanetti.
Alquanto popolari sono invece alcuni piccoli pub quali il Lolita, il Mutter e l'Irish Pub. Si tratta di locali piccoli ma senza pretese, dove si può ascoltare buona musica, ballare, ma anche semplicemente stare seduti ad un tavolo a chiacchierare. Il Mutter è dotato anche di una saletta per il calcio balilla, dove veri professionisti del gioco passano ore ad allenarsi e a sfidare i malcapitati principianti che osano addentrarsi nel loro regno. Cosa che mi è capitata la prima volta che ci sono stata. E' stata una partita talmente veloce che non mi sono nemmeno accorta di essere arrivata alla fine. Ma la colpa è tutta di questo ragazzo tedesco, Moritz, che ha trascinato me e un'altro paio di Erasmus in questo posto.
Moritz ha attaccato bottone con Irene, una spagnola amante di aikido e della musica metal, mentre si trovava con me e Zehra, una ragazza lituana, al K19, la sera del famoso spogliarello del punk multitatuato. Quindi le ha proposto di seguirlo al Mutter. Così abbiam deciso di affidarci alla sua guida e il ragazzo si è rivelato estremamente galante: ci ha pagato l'entrata e anche un paio di giri di Mexikaner, uno shot molto simile al Bloody Mary. Oltretutto ci ha presentato alla sua compagnia di amici e così ho avuto modo di fare conversazione per un paio di ore con qualche tedesco. Ah, al Mutter può capitare di trovare persone addormentate sui divanetti e perfino per terra. Ma basta scavalcarli o seppellirli sotto montagne di giubbini e il problema è risolto, se proprio risultano fastidiosamente fuori luogo.
Non dimentichiamo infine le feste universitarie organizzate principalmente nella facoltà di ingegneria. Si tratta di feste di apertura e chiusura del semestre, festa per il primo Maggio e simili. I corridoi, gli atrii, la mensa e l'aula magna della facoltà si trasformano per una notte in sale da discoteca e bar. Questo tipo di eventi sono talmente attesi che i biglietti vengono venduti in anticipo a partire dalla settimana precedente e fanno il tutto esaurito. La cosa si traduce in un fiume di gente in coda ai cancelli la sera della festa e sale stracolme di persone. Temperature infernali e lunghe code ai banconi del bar. Questi sono alcuni dei motivi per cui il party di apertura del semestre non mi ha fatto impazzire.
In compenso, a parità di condizioni, al party del primo maggio mi sono divertita molto. Forse perché all'inizio mi son ritrovata a seguire Ryan tra la folla al grido "Let's not be puttanas, let's go!". O forse perché ad un certo punto Ryan ha iniziato a spingere me e Chris, il tutor per gli studenti stranieri, tra la folla gridando "Those bitches have to fall down. Don't be afraid of pushing them." O magari perché Gordon, un amico di Chris, è riuscito più volte a farsi fare sconti sul bere da una barista che conosce, sulla quale evidentemente riesce ad esercitare un certo fascino.
Probabilmente anche la pazzia degli Erasmus panamense e argentino hanno contribuito a farmi divertire. Così come l'essermi fatta offrire da bere da un tipo che a quanto pare era interessato a Marta, una delle veterane Erasmus, con la scusa che lei era ubriaca e io le facevo da badante. Così ci siamo guadagnate una birra ciascuna e poi siamo fuggite tra la folla piantando in asso il tipo, che iniziava ad arrabbiarsi perché Marta, dopo essersi fatta offrire da bere, ha ben deciso di ignorarlo non rivolgendogli la parola. Infine non posso tralasciare l'ultima parte della serata, trascorsa a conversare in tedesco con gli amici del nuovo coinquilino di Marta, dove mi è stato detto che parlo tedesco con un accento austriaco. Mi chiedo quale nazionalità mi verrà attribuita dai prossimi tedeschi che cadranno sotto le mie grinfie al prossimo evento sociale. Ebbene sì, perché io devo esercitarmi e nessun tedesco verrà risparmiato. Muahahahahahah
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mercoledì 25 aprile 2012
Fratelli d'Italia
L'Italia non mi abbandona nemmeno qua. Già nei primi giorni della mia permanenza a Kassel ho fatto conoscenza con qualche studente italiano che come me ha deciso di frequentare qui il semestre estivo. Oltre a Stefano e Claudia, che ho nominato in alcuni post precedenti, ho conosciuto un altro Stefano, Livio e un'altra Claudia, studenti di architettura di Roma. Tramite loro sono poi entrata in contatto con altri italiani che rappresentano la vecchia guardia: sono qui dal primo semestre e provengono da Cagliari, Palermo, Modena e Brescia. La maggior parte di loro vive in un altro studentato a pochi passi dal mio e ultimamente mi son trovata a passare qualche serata nella loro residenza.
Da perfetti italiani mi hanno subito adottata calorosamente e devo dire che ovviamente la cosa mi ha fatto molto piacere. Inoltre, dato che sono già qui da parecchi mesi mi hanno dato una mano ad orientarmi meglio soprattutto riguardo alle dinamiche della vita Erasmus. Assieme ad un ragazzo francese e ad uno spagnolo, che ormai si sono italianizzati (riescono a seguire i nostri discorsi tranquillamente e hanno imparato parecchie parole ed espressioni in italiano) formano un gruppetto vivace e dinamico. Ovunque si vada riescono ad essere l'anima della festa e non mancano d'iniziativa.
Venerdì scorso sono stata invitata ad una cena a base di squisita pasta al forno, cucinata da Andrea e Gloria, e torte salate, fatte da Claudia. Naturalmente, essendo una cena in stile italiano, l'orario indicato nell'invito non è stato assolutamente rispettato, ma dopotutto si trattava di un'occasione festiva e in questi casi la fretta e la puntualità vanno lasciate a casa. In un certo senso si trattava di una cena d'addio, visto che la ragazza di Andrea, Gloria, anche lei qui dal primo semestre, sarebbe partita la domenica successiva perché non ha avuto la possibilità di prolungare il suo soggiorno.
A proposito di Gloria, il mio incontro con lei è stato davvero divertente. Mi trovavo al Campus Club (una sorta di bar che organizza eventi per tutti gli studenti di Kassel) e chiacchieravo con Livio e Stefano. Ad un certo punto lei si è avvicinata e dopo esserci presentate la prima cosa che mi ha chiesto è stata "Ma da dove vieni tu?" e io "Da Brescia". Ovviamente la mia risposta era superflua, perché il mio accento mi aveva tradito e lei aveva già intuito quale fosse la mia provenienza. Aveva solo bisogno di una conferma. A questo punto capisco che solo un'altra bresciana avrebbe potuto individuare con sicurezza la mia cadenza e quindi scopro che Gloria è di Bovezzo. Quando si dice che il mondo è piccolo...
Giorno per giorno scopro qualcosa di nuovo e divertente sulla colonia dei miei connazionali qui in Germania. Roberta, Lorenzo e Marta (assieme a Thibault, il ragazzo francese) sono senza dimora, perché non sono riusciti a rinnovare l'affitto presso lo studentato in cui si trovavano. Sono alla disperata ricerca di un tetto, ma la cosa si rivela estremamente difficile. Non tutti affittano volentieri a studenti Erasmus e per di più solo per un periodo di tre mesi. Da una settimana Roberta, Lorenzo e Thibault sono miei coinquilini: hanno infatti preso il posto di Ceci, la mia coinquilina spagnola, che nel frattempo è tornata in patria a trovare la famiglia. Oltretutto la povera Roberta ha anche due costole rotte, in seguito ad un incidente al Luna Park, e immagino che la cosa non faccia che aumentare la sua frustrazione.
Ieri ho scoperto che Lorenzo, Thibault e Marta hanno finalmente trovato un posto dove stare per i prossimi tre mesi, mentre Roberta ha deciso che per lei è più conveniente ritornare a casa. Mi fa piacere che siano riusciti a risolvere la loro situazione, anche se ai miei occhi la cosa era estremamente avventurosa e romantica. Ma effettivamente doversi spostare continuamente e lasciare averi sparsi in vari studentati non dev'essere per niente eccitante e divertente.
L'ultima scoperta tragicomica, ma più comica che tragica per me che la vivo da fuori, risale a ieri e riguarda Andrea. Dopo il Campus Club mi sono recata con gli altri italiani nel loro studentato e come al solito ci siamo riuniti tutti nella camera di Stefano, meglio conosciuto col suo nome da pirata Nefasto Mordace. E' una camera spaziosa con un paio di divani alquanto comodi ed invitanti. Mentre chiacchieriamo noto che Andrea cerca su Internet dei voli per tornare in Italia, ma si ostina a cercare offerte solo con EasyJet. Quando gli chiedo perché non controlla anche sul sito di RyanAir mi risponde che lui non può volare con quella compagnia. La cosa mi lascia sbalordita e mi spinge ad indagare.
Dopo aver tentato di smorzare il discorso con la tipica frase "è una storia lunga", Andrea cede al mio sguardo inquisitore e mi confessa che è stato bandito da Ryanair per aver fumato una sigaretta sulle scale dell'aereo. Per questo, al momento del misfatto, non gli è stato concesso di salire sull'aereo ed è stato costretto a prendere il volo successivo, pagando un biglietto salato. Successivamente gli è stato comunicato che avrebbe dovuto pagare una multa e il suo nome sarebbe stato inserito sulla Black List di Ryanair. Lui può prenotare voli a suo nome ma gli è stato assicurato che se dovesse presentarsi al check-in non verrebbe fatto salire sull'aereo. Dato che ci sembra impossibile che possa essere bandito in eterno, tutti gli suggeriamo di fare una prova prima o poi.
Mentre Andrea cerca di mettere in atto il nostro suggerimento io mi perdo nei miei pensieri, che ritornano ai truzzi che mi hanno accompagnato nel viaggio di andata. Nemmeno loro sono stati banditi nonostante il loro comportamento sguaiato ed irrispettoso, quindi com'è possibile che Andrea possa essere bandito a vita? Non sarebbe possibile scambiare i nomi su quella famigerata Black List, togliere il nome di Andrea e metterci i nomi dei truzzi???
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venerdì 13 aprile 2012
Rock 'n' roll acrobatico? Perché no?
Venerdì sera: compleanno di Marta al terzo piano del Party Palace, come è soprannominato il dormitorio in cui sto. Si dovrebbe trattare di un pigiama-party, ma non tutti ne portano uno. Quelli che han deciso di presentarsi in pigiama, però, han preso la cosa sul serio: pantofole e mascherina completano la loro mise festaiola. Salgo al terzo piano con Stefano e i ragazzi bulgari verso le undici e troviamo già molta gente a buon punto col consumo di alcolici. Tavolo e divano sono stati spostati dal salotto al pianerottolo, dove sosta un buon gruppetto di gente. Oltrepassato il salotto, totalmente al buio per creare un po' d'atmosfera, la meta obbligata è la cucina, stracolma di gente, che forse vi si reca perché attratta dall'accecante luce come falene verso un lampione o più probabilmente perché istintivamente è portata a pensare che in cucina ci siano bicchieri e bevande, elemento chiave di una festa.
Iniziano a formarsi i vari gruppetti di conversazione e io, dopo aver chiacchierato con un po' di italiani e le ragazze della Lettonia decido di andare a "sfruttare" uno dei pochissimi tedeschi che ci sono alla festa, il povero tutor Chris, per fare due chiacchiere in tedesco, perché altrimenti va a finire che me lo dimentico invece di migliorarlo. Mentre parlo con Chris in salotto assisto all'allestimento di un cubo stile discoteca utilizzando una sedia, sulla quale la festeggiata si arrampica ed inizia a ballare. Cappello a forma di torta con tanto di candeline in testa, birra in mano, sorrisone. E' la sua festa e sembra che se la stia godendo come si deve. Peccato che probabilmente a causa del troppo alcool bevuto il suo equilibrio sia compromesso e questo, sommato alla foga della danza e alla superficie ristretta della sedia, la porta a tuffarsi nel vuoto. Peccato che sotto ci sia solo una distesa di moquette, che non attutisce di certo la caduta, ma che sicuramente assorbe la birra che la ragazza aveva in mano mentre ballava. La schiuma bianca evidenzia il punto di caduta, un po' come il nastro bianco che evidenzia la forma dei cadaveri sulle scene del crimine nei polizieschi.
Ovviamente questo evento interrompe brevemente le conversazioni degli invitati, ma giusto il tempo di aiutare la festeggiata a rialzarsi. Mi guardo in giro e noto che nel frattempo l'appartamento si è svuotato parecchio. Un po' di gente se n'è andata a casa, altri sono sul pianerottolo, i bulgari sono scesi nel mio appartamento con la mia coinquilina, perché preferiscono i luoghi meno affollati. La mia attenzione viene catturata dal portatile collegato alle casse, in modo tale da servire come stereo per fornire la colonna sonora alla serata. Mi avvicino quindi al computer e con un altro paio di ragazzi iniziamo a selezionare le canzoni che ci piacciono e a ballare. Finalmente sento musica un po' più affine ai miei gusti. Dopo un po' che la cosa va avanti, noto che ormai la festa si sta fossilizzando: facce stanche che conversano al rallentatore in cucina, un paio di coppie formatesi durante la festa che si sbaciucchiano mentre tentano di ballare in mezzo alla stanza, ragazzi seduti per terra a parlare, qualcuno seduto sulle sedie appoggiate al muro che canticchia con sguardo totalmente rapito le canzoni che si alternano ormai a caso.
A questo punto decido di scendere nel mio appartamento e nel salotto trovo i ragazzi bulgari che ascoltano musica tradizionale del loro paese, mentre bevono e chiacchierano. Quindi decido di fermarmi con loro, mi offrono da bere ed io inizio ad fargli domande sulla musica che stanno ascoltando. Parlare delle tradizioni del loro paese li infervora e quindi, un po' in inglese, un po' in tedesco ma soprattutto in bulgaro iniziano a spiegarmi anche come sono le loro danze tradizionali ed iniziano a ballare. Ovviamente anch'io devo ballare con loro.
Viksan, il più matto del gruppo, inizia a far tremare fianchi e petto con le braccia tese verso l'esterno mentre mi spiega nella sua lingua cosa dovrei fare, convinto che io riesca a capire tutto. Quindi passiamo al Sirtaki, che a quanto pare non è solo una danza greca. Il mio "insegnante" mi prende per mano e mi mostra i passi, che in realtà non sono poi così difficili, ma alle quattro di mattina dopo aver bevuto qualcosa non lo sono affatto. Per concludere, Viksan mi mostra anche un'altro ballo tradizionale, che mi dice si balla soprattutto durante i festeggiamenti per un matrimonio. Quindi mi prende di nuovo per mano ed iniziamo a girare intorno al tavolo muovendo freneticamente i piedi a destra e sinistra. Dopo un giro perdo il ritmo e mi fermo.
Ed è in questo momento che al bulgaro pazzo viene l'illuminazione. Mi chiede se mi piace il rock 'n' roll acrobatico. Io gli rispondo un po' preoccupata che mi piace guardare chi lo balla. Lui prende questa risposta per un sì assoluto e mi dice di conoscere qualche numero di acrobatica di base e vorrebbe che mi prestassi come sua ballerina. In un primo momento gli dico che non penso di essere all'altezza della cosa, ma su insistenza anche degli altri ragazzi presenti decido di accettare la proposta. Usciamo quindi nel parcheggio dietro al dormitorio e sotto la luce di un lampione, Viksan mi spiega, sempre in bulgaro, cosa devo fare.
Devo utilizzare la sua spalla destra come perno su cui fare leva con le mani mentre mi piego per saltare e quindi alzare le gambe in aria in modo tale che lui possa afferrarle. Devo mantenere la presa durante tutta la "manovra" in modo tale che lui riesca a farmi ruotare lanciando le mie gambe dietro la sua schiena e viceversa. Purtroppo la cosa non riesce benissmo perché la paura di fargli male, la stanchezza e l'icompleta presenza mentale mi impediscono di fare le cose per bene. Però tutti sembrano essere divertiti e soddisfatti della cosa e uno dei ragazzi mi dice che ho solo bisogno di guadagnare più fiducia, che si ottiene facilmente con un po' di allenamento quotidiano. Certo, penso, se mai dovessi soffrire d'insonnia la prima cosa che mi verrà in mente sarà di chiamareViksan per allenarci in qualche mossa di rock 'n' roll acrobatico alle cinque di mattina nel parcheggio sotto la luce di un lampione!
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giovedì 12 aprile 2012
Una sfida
In questi giorni non è successo granché, quindi lasciate che vi annoi un po' con un post di natura più riflessiva. Vi avviso in anticipo così se ritenete di aver meglio da fare potete interrompere qui la lettura. Ma dato che siete arrivati fin qui...
Ho deciso di intraprendere questa esperienza da sola. Certo, la cosa è stata anche favorita dal fatto di essere stata assegnata alla prima destinazione da me scelta, per la quale era disponibile solo una borsa erasmus. Comunque, dicevo, ho deciso di intraprendere questa esperienza da sola perché sono consapevole di essere una persona piena di insicurezze e fondamentalmente abbastanza timida. Dal momento che si tratta di due handicap alquanto notevoli se si tiene alla propria sopravvivenza in società, ho pensato bene di mettermi alla prova e di farlo in grande questa volta. Perché quasi ogni giorno mi spingo ad accettare delle piccole sfide che mi mettono alla prova sul piano delle mie debolezze. Per come la vedo io la scelta di partire per l'Erasmus è un pacchetto all-inclusive di una serie di sfide che non si possono nemmeno prevedere.
Ovviamente la sfida più evidente è socializzare con gli altri. Fortunatamente noi studenti erasmus ci troviamo più o meno tutti nella stessa situazione, quindi siamo portati a cercare di stabilire un contatto con gli altri studenti, anche se ognuno lo fa per gradi diversi. Ci sono quelli che sono venuti qui con altri colleghi di università e quindi, sono portati a trascorrere molto tempo con loro. Si sentono compagni d'avventura e non hanno certo intenzione di abbandonarsi l'un l'altro. Molto spesso si tratta di persone che non parlano bene nemmeno una lingua straniera. Quindi preferiscono rimanere nella loro area protetta detta anche "comfort zone", un termine più immediato secondo me, e qualche volta, quando sono costretti o quando sentono la necessità di scambiare almeno due chiacchiere con i non appartenenti alla loro cerchia, intrecciano qualche frase in inglese maccheronico, attendono una risposta, sorridono e se ne vanno.
Poi ci sono quelli che invece potrebbero facilmente comunicare con gli altri, dato che la loro lingua madre è la lingua usata per comunicare a livello internazionale, ma che invece vogliono rimanere nella loro sfera protetta, cercando di ricostruire l'atmosfera di casa anche qui. Certo, bisogna ammettere che di tanto in tanto si dimostrano anche aperti al dialogo con altre persone, ma la sensazione di diffidenza e di incertezza da parte loro è ancora troppo palpabile. Magari si stempererà col tempo. Ciò che li pone in una situazione privilegiata è il fatto che la loro lingua madre è una delle più studiate e richieste al momento e quindi tutti gli altri cercano di trovare il modo di conversare con loro per esercitarsi.
Ad un terzo livello, invece, ci sono quelli che sono qui per entrare a contatto con culture diverse dalla propria e quindi sono felici di servirsi del tedesco o dell'inglese per stabilire un contatto con chi non è un connazionale. Io credo di trovarmi in questa posizione e devo dire che anche se non credo sia scelta più facile, sarà sicuramente la più appagante. Questo non implica una forma di razzismo nei confronti degli altri studenti italiani che sono qui: li ho conosciuti e sono tutti molto simpatici, gentili e disponibili. Però ho paura di cadere nella trappola della via più comoda e dunque sto cercando di tenere ancora le distanze. Spero di riuscire più avanti a trovare un equilibrio tra le due opzioni.
Di quest'ultimo gruppo di persone devo dire che spesso rimango spesso stupita della loro generosità e apertura. Nonostante io sia una perfetta estranea per loro, riescono a farmi sentire a mio agio fin da subito. Si mostrano propositivi, disposti a condividere pasti ed uscite, a cercare di sollevarmi dubbi e incertezze o anche solo a strapparmi con qualche parola da un certo senso di smarrimento in cui a volte precipito. Questo naturalmente crea un senso di familiarità che porta anche una come me, piuttosto diffidente e introversa, a lasciarmi andare e a tentare di ricambiare in ogni modo con la stessa generosità.
In tutti questi gruppi, poi, bisogna tener conto anche dei cosiddetti marpioni. Anche questa è una cosa da mettere in conto, naturalmente, che porta a dover compiere un'ulteriore valutazione dei ragazzi che girano per cercare di comprendere quali intenzioni abbiano. Quindi decidere come comportarsi con ciascuno e dal momento che ci sono anche culture diverse in gioco bisogna anche prestare attenzione a quello. Perché per quanto le intenzioni di tutti siano le medesime, non è detto che i modi di esprimerlo siano gli stessi.
Insomma, tutte queste condizioni e varianti mettono in moto nella mia testa un gran numero di elucubrazioni mentali, necessarie per cercare di fare le scelte comportamentali più adatte a ciascuna situazione in cui mi trovo. Certo, niente di nuovo sotto il sole: si tratta di situazioni che quasi ogni essere umano sperimenta. Ma diciamo che al momento questo tipo di pensieri occupano parecchio la mia mente, perché mi trovo ancora in quella fase delicata che è l' inserimento all'interno di un gruppo e non è certo il caso di rilassarsi.
Ho deciso di intraprendere questa esperienza da sola. Certo, la cosa è stata anche favorita dal fatto di essere stata assegnata alla prima destinazione da me scelta, per la quale era disponibile solo una borsa erasmus. Comunque, dicevo, ho deciso di intraprendere questa esperienza da sola perché sono consapevole di essere una persona piena di insicurezze e fondamentalmente abbastanza timida. Dal momento che si tratta di due handicap alquanto notevoli se si tiene alla propria sopravvivenza in società, ho pensato bene di mettermi alla prova e di farlo in grande questa volta. Perché quasi ogni giorno mi spingo ad accettare delle piccole sfide che mi mettono alla prova sul piano delle mie debolezze. Per come la vedo io la scelta di partire per l'Erasmus è un pacchetto all-inclusive di una serie di sfide che non si possono nemmeno prevedere.
Ovviamente la sfida più evidente è socializzare con gli altri. Fortunatamente noi studenti erasmus ci troviamo più o meno tutti nella stessa situazione, quindi siamo portati a cercare di stabilire un contatto con gli altri studenti, anche se ognuno lo fa per gradi diversi. Ci sono quelli che sono venuti qui con altri colleghi di università e quindi, sono portati a trascorrere molto tempo con loro. Si sentono compagni d'avventura e non hanno certo intenzione di abbandonarsi l'un l'altro. Molto spesso si tratta di persone che non parlano bene nemmeno una lingua straniera. Quindi preferiscono rimanere nella loro area protetta detta anche "comfort zone", un termine più immediato secondo me, e qualche volta, quando sono costretti o quando sentono la necessità di scambiare almeno due chiacchiere con i non appartenenti alla loro cerchia, intrecciano qualche frase in inglese maccheronico, attendono una risposta, sorridono e se ne vanno.
Poi ci sono quelli che invece potrebbero facilmente comunicare con gli altri, dato che la loro lingua madre è la lingua usata per comunicare a livello internazionale, ma che invece vogliono rimanere nella loro sfera protetta, cercando di ricostruire l'atmosfera di casa anche qui. Certo, bisogna ammettere che di tanto in tanto si dimostrano anche aperti al dialogo con altre persone, ma la sensazione di diffidenza e di incertezza da parte loro è ancora troppo palpabile. Magari si stempererà col tempo. Ciò che li pone in una situazione privilegiata è il fatto che la loro lingua madre è una delle più studiate e richieste al momento e quindi tutti gli altri cercano di trovare il modo di conversare con loro per esercitarsi.
Ad un terzo livello, invece, ci sono quelli che sono qui per entrare a contatto con culture diverse dalla propria e quindi sono felici di servirsi del tedesco o dell'inglese per stabilire un contatto con chi non è un connazionale. Io credo di trovarmi in questa posizione e devo dire che anche se non credo sia scelta più facile, sarà sicuramente la più appagante. Questo non implica una forma di razzismo nei confronti degli altri studenti italiani che sono qui: li ho conosciuti e sono tutti molto simpatici, gentili e disponibili. Però ho paura di cadere nella trappola della via più comoda e dunque sto cercando di tenere ancora le distanze. Spero di riuscire più avanti a trovare un equilibrio tra le due opzioni.
Di quest'ultimo gruppo di persone devo dire che spesso rimango spesso stupita della loro generosità e apertura. Nonostante io sia una perfetta estranea per loro, riescono a farmi sentire a mio agio fin da subito. Si mostrano propositivi, disposti a condividere pasti ed uscite, a cercare di sollevarmi dubbi e incertezze o anche solo a strapparmi con qualche parola da un certo senso di smarrimento in cui a volte precipito. Questo naturalmente crea un senso di familiarità che porta anche una come me, piuttosto diffidente e introversa, a lasciarmi andare e a tentare di ricambiare in ogni modo con la stessa generosità.
In tutti questi gruppi, poi, bisogna tener conto anche dei cosiddetti marpioni. Anche questa è una cosa da mettere in conto, naturalmente, che porta a dover compiere un'ulteriore valutazione dei ragazzi che girano per cercare di comprendere quali intenzioni abbiano. Quindi decidere come comportarsi con ciascuno e dal momento che ci sono anche culture diverse in gioco bisogna anche prestare attenzione a quello. Perché per quanto le intenzioni di tutti siano le medesime, non è detto che i modi di esprimerlo siano gli stessi.
Insomma, tutte queste condizioni e varianti mettono in moto nella mia testa un gran numero di elucubrazioni mentali, necessarie per cercare di fare le scelte comportamentali più adatte a ciascuna situazione in cui mi trovo. Certo, niente di nuovo sotto il sole: si tratta di situazioni che quasi ogni essere umano sperimenta. Ma diciamo che al momento questo tipo di pensieri occupano parecchio la mia mente, perché mi trovo ancora in quella fase delicata che è l' inserimento all'interno di un gruppo e non è certo il caso di rilassarsi.
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martedì 10 aprile 2012
Inaugurazione del semestre estivo
La pacchia è finita: si inizia con le lezioni! Cerco di partire col piede giusto, quindi faccio la brava e mi alzo ad un orario decente anche se ho lezione soltanto nel pomeriggio. Mentre attendo che l'acqua per il caffé si scaldi (con le piastre ad induzione ci vuole un po' più di tempo rispetto al gas normale) metto i panni sporchi e i detersivi in un cesto e mi dirigo nel dormitorio qui accanto per fare la mia prima lavatrice tedesca. Ovviamente dopo aver sceso tre piani di scale, attraversato un cortile, risalito altre scale e percorso un corridoio giungo alla lavanderia e scopro che per attivare la lavatrice servono delle monete, che io non ho con me. Quindi lascio la cesta sulla lavatrice, ritorno di corsa in camera, recupero i soldi e torno indietro.
Dopo aver letto con attenzione le istruzioni d'uso (non si sa mai che qui le cose funzionino diversamente che in Italia) avvio la lavatrice e ritorno alla mia acqua che ormai sta bollendo da un po' sui fornelli. Faccio colazione mentre leggo un po' di notizie sia sui quotidiani italiani che tedeschi e quindi cerco di fare qualcosa per il blog del corso di tecniche di scrittura multimediale, perché non bisogna dimenticare la preparazione per gli esami da sostenere anch in Italia. Quindi ritorno in lavanderia a recuperare le mie cose e dato che non ho abbastanza monetine anche per l'asciugatrice decido di stendere in camera mia. Per fortuna l'appartamento è dotato di ben due stendibiancheria.
Tra una cosa e l'altra si avvicina l'ora di pranzo quindi mi dirigo verso la mensa per pranzare. Si vede che oggi è giorno di rientro per tutti gli studenti, perché la coda per la mensa inizia fuori dalla mensa stessa. In ogni caso il traffico si smaltisce abbastanza rapidamente. Quindi riempio il vassoio, cerco un posto libero ai tavoli e mangio rapidamente per poter avere il tempo necessario per cercare l'aula della mia prima lezione qui a Kassel. Faccio bene a prendermi un po' di tempo perché anche se trovo immediatamente la strada su cui si affaccia l'edificio in cui devo recarmi, non riesco a trovare l'edificio in questione. Dopo aver percorso per due volte questi duecento metri di strada in salita, finalmente trovo l'entrata e dopo aver percorso un corridoio che ricorda molto un labirinto giungo di fronte alla classe in cui si terrà la lezione di "E-Learning".
Apro la porta, mi affaccio e vedo che è vuota. Quindi decido di aspettare nel corridoio l'arrivo di qualche altro studente per verificare che si tratti del posto giusto. Si sa mai che abbia copiato l'indirizzo sbagliato. Di lì a poco si presentano un paio di ragazze a cui chiedo informazioni e loro mi dicono che sono lì per la stessa lezione. Quindi entriamo e aspettiamo l'arrivo del professore. Un po' alla volta entrano altri studenti: tutti sembrano conoscere tutti e si scambiano saluti affettuosi e commenti su come hanno trascorso le vacanze di Pasqua. Trascorso il quarto d'ora accademico si presenta anche il professore, che con gesti pacati e meticolosi estrae da una borsa un mini-proiettore, lo collega al suo portatile, attacca tutto alla corrente. Già il modo di fare di quest'uomo mi piace. E' assolutamente rilassante.
Inizia la lezione e la cosa che mi tranquillizza è che riesco a seguire bene quello che sta succedendo intorno a me. Certo, devo ammettere che il momento in cui il prof. spiega le modalità di verifica del corso mi agito un po', ma è una cosa normale. Dopo tutto non c'è molta differenza dal modo in cui ho affrontato gli esami di tedesco in Italia, quindi dovrei farcela ad affrontarli qui. Il momento migliore della lezione è rappresentato dal fatto che mi trovo a spiegare ai tedeschi il significato della sigla "http" e di "ipertesto" e sembro essere l'unica persona consapevole del fatto che "Internet" e "World Wide Web" sono due realtà separate, benché vengano spesso fatte coincidere. Si tratta di una cosa che solo i miei colleghi di tecniche di scrittura multimediale sono in grado di comprendere, quindi è una cosa che accenno soprattutto per loro.
Terminata la lezione gli studenti esprimono il loro gradimento bussando sul banco: è una pratica di cui già aveva accennato la mia prof. di Cultura dei paesi germanofoni, tuttavia resto sopresa nel momento in cui realizzo che si tratta di una pratica assodata e soprattutto ripetuta alla fine di ogni lezione. Infatti anche la seconda lezione del giorno si chiude con una "bussata" generale, molto più fragorosa della precedente. In effetti la seconda lezione "Introduzione ai metodi della didattica della lingua" è tenuta da un professore e dal suo assistente che sanno davvero come intrattenere un pubblico.
Questa volta si tratta di una "Vorlesung" ovvero di una lezione frontale e non di un seminario come nel caso precedente. Quindi siamo in un'aula molto più grande e c'è molta più gente ad assistere. I due personaggi in questione si presentano con circa cinque minuti di ritardo (cosa insolita per dei tedeschi, ma ehi, in questi giorni sto vedendo cose che sfatano ogni stereotipo su di loro) e quindi iniziano a presentarsi in una forma di dialogo serrato tra i due, che si rivela anche piuttosto divertente. A quanto pare la palantina rapida e mordace è una loro peculiarità, perché il resto della lezione procede in questo modo.
Purtroppo il fatto che parlino in maniera estremamente rapida non mi permette di comprendere ogni singola parola e ogni tanto mi perdo qualche battuta. In ogni caso immagino che mi ci abituerò e la comprensione aumenterà. In particolar modo la "performance" del professore è degna di un comico. A parte le imitazioni di certe categorie di insegnanti, come quelli fissati con la pedagogia o con la pura trasfusione di nozioni, ci porta ad esempio modalità di insegnamento della grammatica sotto forma di canzoni rap, che legge ad alta voce cercando di trovare un ritmo e una melodia al testo. Quindi raggiunge il top nel momento in cui spara un numero a caso di regioni tedesche, ventiquattro invece che sedici, dichiarando di non ricordarsi effettivamente quante sono. Dato che lo so io, che sono italiana, la cosa mi stupisce alquanto ma l'effetto comico è impagabile.
Alla fine della lezione vado ad informare il prof. della mia presenza al corso e lui, estremamente gentile, mi chiede da dove vengo e si rende disponibile a rispondere a qualsiasi domanda io abbia. Torno a casa piacevolmente soddisfatta della giornata e mi ricordo che devo fare la spesa. Quindi, nonostante sia un po' stanchina, compilo la mia lista della spesa, prendo il trolley (che uso per il trasporto della spesa, visto che non sono automunita) lo riempio con le bottiglie d'acqua vuote da restituire e mi reco al supermercato.
Vicino al dormitorio ci sono tre supermercati riuniti in un'unica zona: Rewe - alimentari, Rewe - bevande e Aldi (catena simile al Lidl). Prima entro da Aldi, dove restituisco le bottiglie per un guadagno totale di 1.25 € e compro una tessera telefonica con numero tedesco. Quindi mi reco nel negozio di bevande per prendere un po' d'acqua e birra e poi vado a far spese di alimentari. Giunta alla cassa degli alimentari apro il trolley per riempirlo e la cassiera si alza per controllare che non abbia nascosto niente nel trolley. Vorrei dirle: non è colpa mia se qui separate la vendita di alimentari da quella delle bevande e mi tocca fare la spesa prima da una parte e poi dall'altra! Mica faccio avanti e indietro da casa apposta per te! Poi ovviamente le rispondo con un docile "no, no" e raccolgo la mia spesa.
Tornata a casa sistemo la spesa e dato che vedo Ryan indaffarato a preparare la cena, decido di farlo anch'io, così almeno ceno in compagnia di qualcuno. Nel frattempo compare anche la ragazza turca, Tuba (non so se lo spelling è giusto...) e così tento di instaurare una conversazione anche con lei. Incredibilmente, nonostante le sue frasi contengano tre parole in inglese e il resto in turco, riusciamo a capirci. Sembra una ragazza molto dolce e simpatica. Offre pure a me e a Ryan una parte della sua cena che consiste in una specie di salsa fatta con pomodori, uova, sale e olio in padella, aromatizzata con spezie sconosciute nella quale vanno intinti pezzi di pane, un po' come quando si fa la scarpetta dopo aver mangiato gli spaghetti al pomodoro.
Dopo poco Ryan ci lascia per dedicarsi ai suoi impegni e io e lei continuiamo a conversare. Le offro un po' del mio thè post-cena, aromatizzato all'arancia e marzapane, così possiamo chiacchierare ancora un po'. La conversazione si interrompe quando sua madre la chiama al telefono e così io ritorno ai miei affari. Dopo un'oretta rispunto in salotto e ci sono gli americani riuniti attorno a delle birre a parlare. Oltre ai miei due coinquilini, Kyle e Ryan, c'è anche un'altra americana di cui ahimè non ricordo il nome. Kyle è così gentile da offrirmi una birra e così mi siedo a sciallarmi con loro, o come dicono loro " to just chill out".
Un'altra occasione per osservare da vicino il modo in cui interagiscono tra di loro. Parlano molto di programmi televisivi, reality show, a quanto pare guardano spesso la TV. Alcuni di questi programmi mi sono noti, la maggioranza sono sconosciuti. Quindi si passa a parlare di loro conoscenti che per frequentare l'università sono stati costretti ad arruolarsi nei marines, perché non disponevano dei mezzi necessari per iscriversi e non erano così brillanti da ottenere delle borse di studio.
La conversazione scorre con il sottofondo della televisione sintonizzata su un canale dell'europa dell'est che trasmette videoclip di canzoni pop. Ad un certo punto la nostra attenzione viene catturata da dei messaggi in sovraimpressione in lingua slava, ovviamente a noi sconosciuta, che sembrano spiegare delle posizioni del Kamasutra. In ogni caso le didascalie sono corredate da immagini stilizzate che permettono a tutti di capire di cosa si stia parlando. Le varie posizioni si alternano continuamente suscitando l'ilarità generale. Iniziamo a leggere i nomi slavi di queste "posture" e gli americani si producono nell'invenzione di nomi americani per ciascuna di esse. Su questa nota piccante lascio il salotto e mi ritiro nelle mie stanze.
Tornata a casa sistemo la spesa e dato che vedo Ryan indaffarato a preparare la cena, decido di farlo anch'io, così almeno ceno in compagnia di qualcuno. Nel frattempo compare anche la ragazza turca, Tuba (non so se lo spelling è giusto...) e così tento di instaurare una conversazione anche con lei. Incredibilmente, nonostante le sue frasi contengano tre parole in inglese e il resto in turco, riusciamo a capirci. Sembra una ragazza molto dolce e simpatica. Offre pure a me e a Ryan una parte della sua cena che consiste in una specie di salsa fatta con pomodori, uova, sale e olio in padella, aromatizzata con spezie sconosciute nella quale vanno intinti pezzi di pane, un po' come quando si fa la scarpetta dopo aver mangiato gli spaghetti al pomodoro.
Dopo poco Ryan ci lascia per dedicarsi ai suoi impegni e io e lei continuiamo a conversare. Le offro un po' del mio thè post-cena, aromatizzato all'arancia e marzapane, così possiamo chiacchierare ancora un po'. La conversazione si interrompe quando sua madre la chiama al telefono e così io ritorno ai miei affari. Dopo un'oretta rispunto in salotto e ci sono gli americani riuniti attorno a delle birre a parlare. Oltre ai miei due coinquilini, Kyle e Ryan, c'è anche un'altra americana di cui ahimè non ricordo il nome. Kyle è così gentile da offrirmi una birra e così mi siedo a sciallarmi con loro, o come dicono loro " to just chill out".
Un'altra occasione per osservare da vicino il modo in cui interagiscono tra di loro. Parlano molto di programmi televisivi, reality show, a quanto pare guardano spesso la TV. Alcuni di questi programmi mi sono noti, la maggioranza sono sconosciuti. Quindi si passa a parlare di loro conoscenti che per frequentare l'università sono stati costretti ad arruolarsi nei marines, perché non disponevano dei mezzi necessari per iscriversi e non erano così brillanti da ottenere delle borse di studio.
La conversazione scorre con il sottofondo della televisione sintonizzata su un canale dell'europa dell'est che trasmette videoclip di canzoni pop. Ad un certo punto la nostra attenzione viene catturata da dei messaggi in sovraimpressione in lingua slava, ovviamente a noi sconosciuta, che sembrano spiegare delle posizioni del Kamasutra. In ogni caso le didascalie sono corredate da immagini stilizzate che permettono a tutti di capire di cosa si stia parlando. Le varie posizioni si alternano continuamente suscitando l'ilarità generale. Iniziamo a leggere i nomi slavi di queste "posture" e gli americani si producono nell'invenzione di nomi americani per ciascuna di esse. Su questa nota piccante lascio il salotto e mi ritiro nelle mie stanze.
sabato 7 aprile 2012
Normalità: vocabolo assente nel dizionario dell'Erasmus
Sabato: gita a Göttingen. Ritrovo alla stazione centrale alle ore 9.25: non male visto che sono tornata a casa alle tre la notte precedente. Nonostante tutto riesco a svegliarmi senza grossi problemi addirittura prima che suoni la sveglia. Quindi arrivo puntualissima al ritrovo e dopo quarto d'ora si parte. La mia non è l'unica faccia stanca, tanti hanno festeggiato ieri sera e alcuni non sono nemmeno andati a dormire. Si tratta di alcuni ragazzi della Bulgaria che ieri sera erano nel mio appartamento a festeggiare, lì li ho ritrovati al mio ritorno in tarda nottata e stamattina alle sette sentivo ancora le loro voci nel salotto. Questi Bulgari hanno una capacità di resistenza all'alcool e al sonno incredibile!
Mentre aspettiamo nell'atrio della stazione vediamo avvicinarsi un ragazzo vestito da infermiera con tanto di parrucca biondo platino a caschetto. Inizia ad estrarre dolcetti ed altri oggetti dalla scatola che porta con sé spiegando che tra qualche giorno si sposerà e com'è tradizione in Germania bisogna vendere degli oggetti a sconosciuti per racimolare un po' di soldi. Purtroppo per lui nessuno di noi gli presta attenzione e quindi è costretto a tentare la fortuna tra i passeggeri del treno su cui saliamo anche noi. A quanto pare questo è un periodo buono per i matrimoni in questa zona, perché non è la prima persona che incontro in questi giorni. Per di più in centro a Göttingen ne troviamo un'altra.
La partenza del treno è accompagnata da una spolverata di neve, cosa che lascia alquanto allibita visto che siamo ad Aprile e non ci troviamo al Polo Nord!!! In ogni caso l'ansia che la neve ci stia aspettando anche a Göttingen scivola via dalla mia mente nel momento in cui vedo dei raggi di sole entrare dal finestrino lungo il viaggio. Giunti a destinazione usciamo dalla stazione e le mie speranze in un clima più mite vengono violentemente spazzate via da una raffica di vento gelido che taglia letteralmente la faccia. Inizio a chiedermi chi me la fatto fare di alzarmi e venire qui, tanto avrei mille altre occasioni per visitare la città. Ormai sono qui, vediamo di goderci la passeggiata.
Göttingen è una piccola cittadina con un centro storico alquanto pittoresco, tempestato di case a graticcio che qui, a differenza di Kassel, sono sopravvissute ai bombardamenti della seconda guerra mondiale. Gli edifici che circondano il centro, invece, contrastano pesantemente con lo stile architettonico del centro: si tratta per lo più di palazzi risalenti agli anni Settanta, dalle linee dritte e squadrate e dai colori tristemente spenti e piatti. Percorriamo il "Cammino dei Pianeti", seminato di pannelli che rappresentano i pianeti e il sole, quindi giungiamo alla "Statua della Felicità" per poi dirigerci al municipio, che visitiamo internamente e quindi ci dirigiamo verso il giardino botanico e poi all'università.
Terminato il giro ritorniamo verso il centro per pranzare e in attesa dell'ora di partire alcuni di noi si infilano in una caffetteria per terminare il pranzo con un caffé o un cappuccino. Si rivela un momento per approfondire la conoscenza di alcuni degli studenti erasmus che ormai vedo da giorni, ma di cui conosco a malapena il nome. Tra tutti quello che si distingue di più è Ivans, un ragazzo Brasiliano dai tratti tedeschi (proviene dal sud dello stato, che è stato luogo di emigrazione per tedeschi e italiani), che studia ingegneria meccanica qui a Kassel.
La sua abiliità di infilare una battuta dietro l'altra, accompagnata dalla capacità di rapportarsi a chiunque come se fosse suo amico da anni e il sorriso perennemente stampato in faccia si mescolano in un vortice energetico che risulta contagioso. Non gli ci vuole molto per dominare la scena e il fatto che abbia una vita alquanto interessante non fa che aggiungere una nota di fascino che cattura tutti i presenti. Studente di ingegneria, è anche titolare di un mattatoio che era di proprietà del padre ora deceduto e che lui ora gestisce con l'aiuto della madre e della sorella. Tra i progetti per il futuro ha il matrimonio all'età di ventisette anni, seguito da tre anni di viaggi per il mondo assieme alla moglie (che ha cinque anni di tempo per trovare) dopodiché potrà iniziare a figliare. Da bravo ingegnere, come dice lui, ha già pianificato tutto meticolosamente.
Terminato lo show di Ivans ci dirigiamo verso la stazione. Passando sopra un ponte notiamo un carrello della spesa ed una bicicletta sono stati gettati selvaggiamente nell'acqua. Ivans non ci pensa due secondi di più: scende al fiume attraverso la discesa che lo collega alla strada principale, recupera il carrello, pieno di alghe ed inizia a spingerlo per la strada. In quel momento sopraggiunge un altro studente erasmus completamente pazzo, un bulgaro con un nome che ricorda tanto un medicinale, Viksan, che si propone di saltare nel carrello per farsi spingere. Suo malgrado il carrello continua a scivolare, impedendogli di salire, al che Ivans agilment salta nel carrello e si fa spingere da Viksan fino alla stazione. Una coppia di comici è nata.
Il pomeriggio trascorre in fretta tra la spesa e un sonnellino per recuperare le ore di sonno perse e quindi arriva presto il momento di prepararsi ad uscire. Questa sera si esce con Ryan, Chris, uno dei tutor dell'università, e il suo amico Daniel, altro tutor dell'università. Dato che Ryan, da buon americano, non parla molto tedesco, passiamo la prima parte della serata a conversare in inglese, dopodiché ho la possibilità di parlare finalmente in tedesco con Chris e Daniel, che si alternano a chiacchierare con me e Ryan.
Daniel e Chris studiano e vivono a Kassel da qualche anno e quindi conoscono bene la città. Passiamo in rassegna un paio di locali, che purtroppo sono troppo affollati e ci dirigiamo quindi al "Lolita", un bar su due piani in stile "vintage" un po' come il 24 di Cunettone di Salò e per la prima volta da quando sono qua finisco in un locale in cui mi sento a mio agio, sia per la gente che per la musica. Tra una birra e l'altra scopro un paio di cose "interessanti".
Innanzitutto vengo informata che è abitudine dei giovani tedeschi brindare guardandosi negli occhi, perché il mancato scambio di sguardi è portatore di sette anni di sesso insoddisfacente. In secondo luogo, chiacchierando con Daniel, vengo a sapere che al piano terra del palazzo in cui vive lui (il che vuol dire a trecento metri da dove vivo io) sei anni fa un kebapparo è stato ucciso da dei neo-nazisti nel suo negozio e che qualche giorno fa, in occasione dell'anniversario, le troupe televisive hanno trascorso un'intera giornata sulla scena del crimine per ripercorrere gli eventi. Direi che dopo la fabbrica di Panzer e questo non so proprio cos'altro aspettarmi. Kassel è decisamente una città piena di storia!
Mentre aspettiamo nell'atrio della stazione vediamo avvicinarsi un ragazzo vestito da infermiera con tanto di parrucca biondo platino a caschetto. Inizia ad estrarre dolcetti ed altri oggetti dalla scatola che porta con sé spiegando che tra qualche giorno si sposerà e com'è tradizione in Germania bisogna vendere degli oggetti a sconosciuti per racimolare un po' di soldi. Purtroppo per lui nessuno di noi gli presta attenzione e quindi è costretto a tentare la fortuna tra i passeggeri del treno su cui saliamo anche noi. A quanto pare questo è un periodo buono per i matrimoni in questa zona, perché non è la prima persona che incontro in questi giorni. Per di più in centro a Göttingen ne troviamo un'altra.
La partenza del treno è accompagnata da una spolverata di neve, cosa che lascia alquanto allibita visto che siamo ad Aprile e non ci troviamo al Polo Nord!!! In ogni caso l'ansia che la neve ci stia aspettando anche a Göttingen scivola via dalla mia mente nel momento in cui vedo dei raggi di sole entrare dal finestrino lungo il viaggio. Giunti a destinazione usciamo dalla stazione e le mie speranze in un clima più mite vengono violentemente spazzate via da una raffica di vento gelido che taglia letteralmente la faccia. Inizio a chiedermi chi me la fatto fare di alzarmi e venire qui, tanto avrei mille altre occasioni per visitare la città. Ormai sono qui, vediamo di goderci la passeggiata.
Göttingen è una piccola cittadina con un centro storico alquanto pittoresco, tempestato di case a graticcio che qui, a differenza di Kassel, sono sopravvissute ai bombardamenti della seconda guerra mondiale. Gli edifici che circondano il centro, invece, contrastano pesantemente con lo stile architettonico del centro: si tratta per lo più di palazzi risalenti agli anni Settanta, dalle linee dritte e squadrate e dai colori tristemente spenti e piatti. Percorriamo il "Cammino dei Pianeti", seminato di pannelli che rappresentano i pianeti e il sole, quindi giungiamo alla "Statua della Felicità" per poi dirigerci al municipio, che visitiamo internamente e quindi ci dirigiamo verso il giardino botanico e poi all'università.
Terminato il giro ritorniamo verso il centro per pranzare e in attesa dell'ora di partire alcuni di noi si infilano in una caffetteria per terminare il pranzo con un caffé o un cappuccino. Si rivela un momento per approfondire la conoscenza di alcuni degli studenti erasmus che ormai vedo da giorni, ma di cui conosco a malapena il nome. Tra tutti quello che si distingue di più è Ivans, un ragazzo Brasiliano dai tratti tedeschi (proviene dal sud dello stato, che è stato luogo di emigrazione per tedeschi e italiani), che studia ingegneria meccanica qui a Kassel.
La sua abiliità di infilare una battuta dietro l'altra, accompagnata dalla capacità di rapportarsi a chiunque come se fosse suo amico da anni e il sorriso perennemente stampato in faccia si mescolano in un vortice energetico che risulta contagioso. Non gli ci vuole molto per dominare la scena e il fatto che abbia una vita alquanto interessante non fa che aggiungere una nota di fascino che cattura tutti i presenti. Studente di ingegneria, è anche titolare di un mattatoio che era di proprietà del padre ora deceduto e che lui ora gestisce con l'aiuto della madre e della sorella. Tra i progetti per il futuro ha il matrimonio all'età di ventisette anni, seguito da tre anni di viaggi per il mondo assieme alla moglie (che ha cinque anni di tempo per trovare) dopodiché potrà iniziare a figliare. Da bravo ingegnere, come dice lui, ha già pianificato tutto meticolosamente.
Terminato lo show di Ivans ci dirigiamo verso la stazione. Passando sopra un ponte notiamo un carrello della spesa ed una bicicletta sono stati gettati selvaggiamente nell'acqua. Ivans non ci pensa due secondi di più: scende al fiume attraverso la discesa che lo collega alla strada principale, recupera il carrello, pieno di alghe ed inizia a spingerlo per la strada. In quel momento sopraggiunge un altro studente erasmus completamente pazzo, un bulgaro con un nome che ricorda tanto un medicinale, Viksan, che si propone di saltare nel carrello per farsi spingere. Suo malgrado il carrello continua a scivolare, impedendogli di salire, al che Ivans agilment salta nel carrello e si fa spingere da Viksan fino alla stazione. Una coppia di comici è nata.
Il pomeriggio trascorre in fretta tra la spesa e un sonnellino per recuperare le ore di sonno perse e quindi arriva presto il momento di prepararsi ad uscire. Questa sera si esce con Ryan, Chris, uno dei tutor dell'università, e il suo amico Daniel, altro tutor dell'università. Dato che Ryan, da buon americano, non parla molto tedesco, passiamo la prima parte della serata a conversare in inglese, dopodiché ho la possibilità di parlare finalmente in tedesco con Chris e Daniel, che si alternano a chiacchierare con me e Ryan.
Daniel e Chris studiano e vivono a Kassel da qualche anno e quindi conoscono bene la città. Passiamo in rassegna un paio di locali, che purtroppo sono troppo affollati e ci dirigiamo quindi al "Lolita", un bar su due piani in stile "vintage" un po' come il 24 di Cunettone di Salò e per la prima volta da quando sono qua finisco in un locale in cui mi sento a mio agio, sia per la gente che per la musica. Tra una birra e l'altra scopro un paio di cose "interessanti".
Innanzitutto vengo informata che è abitudine dei giovani tedeschi brindare guardandosi negli occhi, perché il mancato scambio di sguardi è portatore di sette anni di sesso insoddisfacente. In secondo luogo, chiacchierando con Daniel, vengo a sapere che al piano terra del palazzo in cui vive lui (il che vuol dire a trecento metri da dove vivo io) sei anni fa un kebapparo è stato ucciso da dei neo-nazisti nel suo negozio e che qualche giorno fa, in occasione dell'anniversario, le troupe televisive hanno trascorso un'intera giornata sulla scena del crimine per ripercorrere gli eventi. Direi che dopo la fabbrica di Panzer e questo non so proprio cos'altro aspettarmi. Kassel è decisamente una città piena di storia!
Ubicazione:
Kassel, Germania
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